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torna indietro vai avanti Vino
Manifesto

Da ormai venticinque anni mi dedico al Teroldego, quasi una mezza vita spesa a cercare di far esprimere attraverso questa varietà la terra che la custodisce.

Nei primi tempi, da giovane diplomata all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, ascoltavo poco la mia terra, occupata com’ero dalla sopravvivenza dell’Azienda. Lavoravo già molto sulla biodiversità del vitigno, attraverso le continue selezioni massali e più tardi con viti da seme, ma il mio percorso somigliava a quello di molti altri viticoltori: la formazione prevalentemente tecnica mi portava a considerare i gesti agricoli come azioni ripetitive e meccaniche, che avevano come fine ultimo la produzione di un’uva apparentemente sana e di un vino similmente ineccepibile.

Verso la fine degli anni Novanta molte cose stavano cambiando e una sensazione di incompletezza e di precarietà iniziava ad accompagnare le mie giornate: una percezione profonda e rigeneratrice, che mi portava a sentire la mancanza dell’anima nei vini che allora producevo. Se ripenso a quei momenti sono invasa da un sentimento di gratitudine: è attraverso quelle sensazioni che ho potuto ritrovare me stessa e il senso del mio operare in agricoltura.

Non è facile il percorso a ritroso verso Madre terra. Recuperare la capacità di muoversi all’interno dei cicli naturali; riavvicinarsi ad un più intimo contatto con la terra; rimuovere preconcetti e sfatare paure: lavorare con la natura - e non contro di essa - impegna in un cammino appassionante e complesso, che rende partecipi lo spirito e le abitudini del contadino, modificandone la sensibilità e affinando la capacità di ascoltare.

Oggi sento di aver ridato onore e creatività ai miei atti agricoli. Lavoro cercando di ottenere frutti e vini che siano l’espressione autentica della mia terra, la stessa che lascerò sana e viva ai miei quattro figli perché siano orgogliosi di poter scegliere se essere contadini.



Elisabetta Foradori
Quando una viticoltura sana permette alla pianta di esprimersi nella sua interezza, il frutto che ne deriva sarà espressione di autenticità.

La qualità del vino che produciamo si manifesta nella vitalità del prodotto. Il preservare le forze di vita del frutto originario durante il passaggio di trasformazione uva – vino, restituisce al vino e a chi lo beve la percezione del suo luogo di origine, entra in sintonia con il cibo, fa nascere una bevanda digeribile che dona senso di benessere.

Non ricorriamo ad interventi correttivi in cantina: nulla viene aggiunto, tutto viene accompagnato cercando di mettersi in ascolto. Il vino mantiene spontaneità espressiva e trasmette la personalità di una materia prima intensa e viva.

Ci sembra così di portare dentro un bicchiere la fragranza dei fiori dei pascoli dolomitici, la mineralità delle rocce che circondano le vigne, la chiarezza dei cieli di montagna, l’indole del popolo che abita le valli alpine.

È nostro compito trasferire tutto il carattere della terra trentina dentro ogni nostra bottiglia.
Montagna
Donna
“Con l’arrivo dell’autunno mi ricollego alla madre terra, agli istinti femminili dell’accoglienza, al lasciare che sia, all’attesa fiduciosa della maturazione dei frutti. Ho una sensazione profonda di fiducia nella vita.

Ad ogni vendemmia, nel riconoscere i profumi della fermentazione, mi emoziono e ritorno bambina.

Ogni anno come la prima volta, l’esperienza di molti raccolti non indica una via su cui muoversi con piede sicuro, ma lascia intravedere solo una linea sottile: una traccia che porta ad una nuova ed intensa esperienza, ancora diversa.

L’istinto e la creatività, assieme ad un buon senso pratico, sono ora i protagonisti, e io mi sento rinascere. C’è la vita dentro ogni tino, dentro ogni anfora, una forza dirompente, un’energia rigeneratrice che trasforma, pulisce, richiama all’ordine e all’ascolto, all’osservazione: la mia mente ne è coinvolta e ne trae grande beneficio.

Chissà come sarei se non facessi il vino.”
Vinifichiamo le uve in recipienti diversi, e negli stessi affiniamo poi il vino.

Il legno di acacia e rovere dei tini e delle botti è materiale vivo: molto partecipe ai processi di trasformazione, lascia qualche sua traccia e accompagna il vino nel tempo sostenendolo.

La terracotta della tinajas dona all’uva la libertà completa di esprimersi e al vino la possibilità di ricollegarsi con la terra. Questi contenitori sono fortemente energetici: la loro forma ampia e allungata avvolge ed accoglie; l’argilla che li compone ha la proprietà di mettere in contatto le forze del cosmo con quelle terrestri.

I contenitori in cemento aiutano per la loro inerzia termica; anche l’acciaio ha un suo ruolo nella nostra cantina e rimane a testimoniare il nostro percorso negli anni.

Usiamo solo lieviti indigeni e non controlliamo le temperature in fermentazione. Non aggiungiamo solfiti al vino se non dopo il primo travaso - che normalmente avviene dopo sei-otto mesi dalla svinatura - per arrivare ad avere non più di 30-50 mg/l di anidride solforosa in bottiglia. Teroldego, Nosiola e Manzoni bianco vengono imbottigliati senza essere filtrati.

Download Dove nasce il vino
Botti
Tempo
Il nostro lavoro si misura con il tempo, con i ritmi della natura, con l’aspettare che la vite cresca, invecchi, dia frutti, con l’evoluzione lenta del vino nel silenzio e nel buio della cantina, con il suo cambiare dentro la bottiglia prima e dentro il bicchiere poi.

La spontaneità espressiva di un vino carico di vita permette una sua continua trasformazione, un rivelarsi in tutta la sua essenza. È un vino che non ci lascia mai.

Quando aprirete una nostra bottiglia fate si che abbia la temperatura di cantina, versate il vino in bicchieri ampi e seguitelo nel tempo: vi accompagnerà con versatilità, condividendo la personalità di un’intensa materia prima che accoglie la varietà del cibo che avrete nel piatto.

Un vino ricco di forze vitali nasce da un atto di amore verso la natura, e come tale non potrà che avvolgervi e sorprendervi.
Racconto

 

La presenza e l'osservazione



Più il tempo passa e più sento quanta e quale sia la differenza fra l’esserci e l’esserci con l’apertura del cuore e dei sensi. E così l’osservazione non si limita a puri aspetti fisici ma va verso la percezione delle forze vitali. Mi succede spesso quando sono in vigna, la natura sollecita e mi viene facile rispondere. In cantina, dove tutto apparentemente è buio e silenzioso mi diventa più difficile, anche perché io amo la luce e lo stare sotto terra mi pesa. La mia esperienza (tutta in divenire e per questo bellissima) con le tinajas mi ha obbligato a soffermarmi di più sul vino e sull’energia che muove il passaggio uva – vino: questa trasformazione che è morte e rinascita e che deve far traghettare tutta la bellezza del frutto dentro una bottiglia. Ho imparato ad avere pazienza, molta pazienza, a non farmi ingannare da frettolosi giudizi, sono stata obbligata a stare vicina ad ogni anfora, a capirne l’evoluzione e a vedere la permanenza del vino a contatto della buccia con altri occhi. Passano i mesi e più il teroldego rimane a contatto con la buccia e più cambia, le dimensioni si spostano su livelli mai conosciuti, le poche anfore che per scrupolo ho svinato già due mesi fa sono già così lontane da quelle che invece sono ancora “incinte”, piene del tutto, piene di vita.

Aspetterò ancora prima di svinare, ho deciso, vedrò, quando arriverà l’estate: sono sicura che nel frattempo sapranno raccontarmi ancora cose diverse.

So che non c’entra (o forse si) ma trascrivo una frase che ho letto ieri, scritta su una colonna, al Mountain Museum di Messner a Bolzano:
“Non mi avresti cercato se non mi avessi già trovato”  Pascal

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