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La prima testimonianza relativa al Teroldego risale al 1383 e alle campagne tra Trento e Povo, dove una botte di vinum teroldegum diventa pagamento per gli interessi di un prestito. Coltivato all’epoca tra Rovereto e il Campo Rotaliano, nel Cinquecento alcuni documenti ne attestano la produzione nella zona di Mezzolombardo, alla quale la storia del vitigno è rimasta poi legata per secoli fino ad oggi, scomparendo altrove.

Nonostante i numerosi tentativi di acclimatazione in altre regioni, il Teroldego resta profondamente legato alle sue montagne e al contesto ambientale unico della Piana Rotaliana. Il suolo di sassi calcarei, granitici e porfirici portati a valle dal fiume Noce a garantire un perfetto drenaggio delle precipitazioni e le pareti rocciose, imponenti e verticali, a proteggere le viti dai venti freddi rilasciando allo stesso tempo il calore assorbito dal sole: condizioni irriproducibili e imprescindibili per permettere al vino di esprimere al meglio il suo carattere minerale, floreale e speziato.

A metà Ottocento il percorso del Noce è stato regimentato e spostato verso Sud, lasciando il Campo Rotaliano all’attuale conformazione geografica e descrivendo un ulteriore fattore di eccezionalità per il Teroldego: la parcellizzazione dei vigneti in numerosi piccoli appezzamenti ha evidenziato in modo netto le differenze di ciascuno di essi in base alla distanza dall’antico alveo del fiume, con suoli a predominanza sassosa, ghiaiosa o sabbiosa in grado di trasmettere al vino un’effettiva originalità.
Intensità, forza, profondità, fittezza e ancora mineralità, freschezza, eleganza: una pluralità di elementi profondamente diversi tra loro, ma che combinati in perfetta armonia hanno da sempre permesso al vino “principe del Trentino” di essere reale espressione di un territorio, della sua gente, delle Dolomiti.

Download Alle origini della vite coltivata (S. Imazio)

Download La genetica del Teroldego (A. Scienza)

A seguito degli attacchi di parassiti e malattie che misero in crisi la viticoltura europea tra fine Ottocento e inizio Novecento, si svilupparono numerosi studi sul miglioramento genetico della vite attraverso ibridazioni e incroci.

Nel 1924, presso la Scuola Enologica di Conegliano Veneto, il prof. Luigi Manzoni (1888-1968) cominciò una serie di esperimenti che si protrassero fino alla metà degli anni Trenta e che portarono alla registrazione di una sere di cloni derivati dalla combinazione di vari vitigni.

Il Manzoni Bianco (I. M. 6.0.13) è sicuramente il risultato che ha avuto più successo: ottenuto dall’incrocio di Pinot Bianco e Riesling Renano, è oggi coltivato su quasi tutto il territorio nazionale, con una particolare diffusione in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino.

Nonostante le notevoli capacità di adattamento a situazioni climatiche e terreni estremamente vari, il Manzoni Bianco predilige gli ambienti collinari con suolo argilloso-calcareo, dove generalmente produce grappoli piccoli e corti, con acini medio-piccoli di colore giallo-verde e buccia molto pruinosa e consistente.

Il vino è caratterizzato da un interessante equilibrio tra corpo e sapidità e da una buona acidità. L’attesa, necessaria alla sua evoluzione, ne farà apprezzare il carattere profondamente minerale proprio del padre, il Riesling, accompagnato dalla finezza e dal profumo floreale del Pinot Bianco.

Unico vitigno a bacca bianca autoctono del Trentino, la Nosiola in passato era diffusa su tutto il territorio regionale, con particolari concentrazioni nella Valle dei Laghi e sulla collina di Trento, Pressano e Val di Cembra; ancora oggi le zone più vocate alla sua coltivazione.

L’origine è piuttosto incerta: spesso confusa con la Durella vicentina, appare per la prima volta nel 1825, citata tra «le viti dei contorni di Trento» dall’Acerbi, per poi ritornare descritta nel “Saggio di ampelografia universale” (1877) di G. Di Rovasenda e in successive pubblicazioni tra cui Molon (1906), Dalmasso (1921), Babo e Mach (1923), Marzotto (1925), Cosmo e Forti (1935). Numerose testimonianze legate a documenti del XVI secolo portano tuttavia a ritenere possibile la coltivazione della Nosiola nella Valle dei Laghi già durante il Concilio di Trento, identificandone il vino come protagonista di banchetti e celebrazioni religiose.

Il nome, con articolo sia femminile che maschile, sembra derivare dalla vicinanza al nocciolo selvatico (‘nosiol’ in dialetto trentino), che cresce nello stesso habitat collinare e mite, e i cui frutti hanno un colore simile alle tonalità assunte dagli acini maturi e dai tralci della vite.

Legata all’antica produzione del ‘Vino Santo’ nella Valle dei Laghi; nelle colline di Trento, Lavis e Val di Cembra è invece vinificata esclusivamente come vino secco. Ama i terreni argilloso-calcarei e poco fertili, gli ambienti ricchi di biodiversità, dove il calore della giornata è mitigato dalle brezze pomeridiane e dalle escursioni termiche notturne, e il grappolo spargolo può restare sulla pianta anche fino a fine ottobre.

Varietà dagli aromi piuttosto neutri, in passato la Nosiola è sempre stata vinificata sulle bucce, in modo da trarre dalle lunghe macerazioni la struttura e i profumi che caratterizzano questo vino assieme alla grande longevità.
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