Rassegna Stampa

27 Novembre 2016

Elisabetta Foradori, la mamma del vino che cerca l' armonia

TRENTINO 

di Paolo Mantovan

 

Chi ha bevuto vino prodotto da Elisabetta Foradori forse non sa di aver bevuto anche qualcosa di lei. Perché nel vino Elisabetta mette tutta se stessa, mette la passione, la pazienza, la fiducia nel riconsegnare il profumo della terra. La "verità" della terra. Non è uno slogan. È una "fede". O, come dice lei, una «convinzione».

L' infanzia di Elisabetta Foradori è stata bella e poi drammatica. Immersa nell' azienda familiare, a stretto contatto con la terra, Elisabetta, classe 1965, fin da bambina stava bene dentro la natura. Poi, nel 1976, morì il papà. Uno shock. E tutta Mezzolombardo si strinse attorno alla madre e a questa bimba di undici anni, immaginando che donna Gabriella Casna Foradori cedesse tutto, magari tornando nella sua Val di Sole, a Malè. «Persino papà, in punto di morte, le disse "vendi tutto"». E invece mamma Gabriella, pur priva di competenze tecniche, non mollò nulla: portò avanti la cantina con due dipendenti e attese che la figlia studiasse enologia a San Michele. «Sì, ebbe coraggio. Ma per lei era un modo di onorare il marito e per uscire da questo grande dramma». Anche l' azienda Foradori all' epoca era inserita, come la maggior parte delle cantine, in un' economia di sussistenza: vino generoso e insieme semplice, con tappo corona, i clienti venivano a riempir le damigiane o addirittura le taniche. Quando Elisabetta, terminati gli studi, prese in mano l' azienda, aveva appena 19 anni, ma già le idee chiare. «Non potrò mai dire se sia una vocazione. Io in una cantina e tra le vigne ci sono nata: lavorarci e portare avanti l' azienda è stata una conseguenza naturale». E c' era bisogno davvero di idee chiare, perché quelli furono gli anni in cui il mercato locale andò sgretolandosi per via della concorrenza di prezzo dei vini "tutti uguali" dei grandi consorzi. Anni difficili per le piccole cantine. «Noi non potevamo competere. E così ho deciso - ricorda Foradori - che saremmo rimasti un punto in controtendenza rispetto all' internazionalizzazione. Non avremmo piantato varietà internazionali. Qui ho voluto subito un progetto legato a varietà autoctone, cercando la diversità (dentro il Teroldego) contro i "cloni" e il piattume genetico del mercato». Diventano anni intensi e importanti nella vita pubblica e privata di Elisabetta Foradori: nel 1986 nasce il "Granato", il vino pluripremiato, nonché il vino cui più di qualsiasi altro è legata la fortuna della cantina, e in quegli anni si sposa con Rainer Zierock (da cui si separerà dopo pochi anni), enologo pure lui, da cui ha tre figli, e poi si muove, instancabilmente, tra famiglia, cantina e viaggi in Francia, dove va in cerca di clienti e anche di esperienze e cantine che possano continuamente contaminare la sua ricerca. «Sì, posso dire di essere testarda. E in quel periodo ho avuto una vita molto intensa, ho incontrato - soprattutto in Francia - personaggi importanti, non ho avuto il tempo di confrontarmi con un Trentino che mi appariva lontano», un Trentino che sembrava fuggire dalla sua vocazione territoriale, dal suo essere "natura", bosco e montagna. Via via che il dialogo supera i tratti biografici e s' allarga alla campagna e al vino, Elisabetta Foradori si accomoda meglio sulla poltrona e distende il racconto. «Se ho dovuto tirar fuori il lato maschile? All' inizio sì. Ma la donna ha queste capacità, questa parte di sé che fa scaturire l' azione, quella parte più tipicamente maschile. Poi c' è la parte della donna, quella dell' accoglienza che accoglie tutto e non una parte del tutto». E quella parte più femminile l' ha dovuta negare nei primi anni d' attività? «Negare no, ma un po' mi mancava. Finalmente però ho potuto nutrirla con un altro modo di coltivare la terra, quando ho scelto l' agricoltura biodinamica». Nel 1997-1998, dopo la "fase" dell' azione e dopo aver avuto anche grandi successi internazionali, Foradori si trova stanca e svuotata. «Ero entrata in una crisi personale, era come se mi stessi scollegando con la parte più bella del lavoro: osservare e sentire la terra». E così inizia la "fase" due. «Che poi è pure la fase attuale, anche se mi sto di nuovo trasformando. In quel momento mi sono rimessa in discussione. Ho cercato che cosa potesse riempire quel vuoto. E ho preso in mano il pensiero di Goethe sull' agricoltura, la sua teoria dei colori...» Il grande Goethe? Lo scrittore dei dolori del giovane Werther, delle Affinità elettive, del Viaggio in Italia? «Sì, lui. Il Goethe che è convinto che la natura vada indagata nel suo divenire e che parla della pianta in una dimensione cosmica. Sì. È Goethe che illumina Steiner. È da queste idee che parte l' agricoltura biodinamica». Ed è così che Elisabetta ha ritrovato armonia. Cercando di ridare "verità" alla terra, per riconsegnare la genuinità. «Ho capito che bisogna riportare il contadino alla libertà. Vede, la terra delle campagne per il 90 per cento non è più fertile: è legata alla chimica e quindi ormai è sterile, ogni contadino deve comprare i concimi, perché la terra è oramai quasi completamente un substrato "morto". E per tornare a un frutto vitale bisogna ridare vita alla terra e rendere libero il contadino». Ora però il bio è professato da tanti. Anche il mercato si sta gettando sul bio. «Certo, ma non basta una moda. Deve diventare una convinzione interiore, una scelta dell' agricoltore, di tutta l' azienda, di tutti i collaboratori». L' agricoltura biodinamica, quindi, deve essere abbracciata completamente, senza retropensieri di business? «Esatto. Vede, ora io quando presento il mio vino non parlo più di vino ma di una nuova agricoltura. Dentro questo pensiero ho ritrovato me stessa, più materna, più femminile». Anche qui di nuovo coraggio, una sfida al "mondo" (e intanto anche un altro figlio, il quarto, eun nuovo capitolo della vita privata), cercando di spiegare che la scienza nasce dalla poesia, come vorrebbe Goethe. «Non so se è stato coraggio. So che a un certo punto non mi piaceva più neppure il mio vino e mi mancava la parte femminile, quella più naturale». E così Foradori lavora di nuovo sul Teroldego, per recuperarne la biodiversità. «E sul Nosiola è nato un altro bellissimo progetto, con l' uso della terracotta. Un terzo della produzione è fatta vinificando in anfora: alla ricerca di un' interazione dell' argilla con l' uva che si trasforma in vino. Sì, l' armonia di una massa che fermenta in un luogo tondo, un luogo accogliente come un utero». Ma per tornare "mamma" del suo vino ha dovuto rinnegare gli studi? «Beh - sorride - studiare enologia e viticoltura vuol dire studiare la tecnica convenzionale, i lieviti, gli additivi. Qui devi smontare il percorso della tecnica. Devi affidarti alla biologia. E così ho conservato la parte di scienza e di biologia». E così ora Elisabetta Foradori non "fa" vino, ma "lo accompagna" fino al termine del suo viaggio. Bussa Emilio, il figlio più grande. «Buongiorno signor giornalista. Mamma, noi siamo pronti, vieni a pranzo anche tu, vero?». Elisabetta sorride. «Certo! Arrivo subito». Emilio s' è laureato in filosofia e ora è entrato in azienda. Avanti così. Poesia, filosofia e agricoltura. Ride Elisabetta. «Io amo vivere nel bosco. La cantina è qui a Mezzolombardo, ma io abito a Pochi di Salorno. Nei boschi mi ristoro e mi riconcilio». Lontano dalla "città" dell' agricoltura e dell' economia. Lontano dai politici che ora parlano di bio. «Sì, anche i politici! Ma siamo molto lontani dal vero "bio" e io sento tanta ipocrisia. In Trentino siamo maestri di ipocrisia». E i nostri prodotti tipici? «Pochi sono davvero prodotti della terra, vitali». Eppure, anche la crisi (vedi la stessa Cooperazione) costringe a cambiare... «Lo spero. A San Michele ci sono tanti giovani: vedo spiragli di futuro. Sì. Ci credo». Sorride Elisabetta Foradori. p.mantovan@giornaletrentino.it.

 

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