Rassegna Stampa

27 Giugno 2013

Enogea 48, aprile-maggio 2013

TEROLDEGO
LA PANORAMICA COMPLETA

Di Francesco Falcone

Per anni legata quasi esclusivamente al talento di Elisabetta Foradori, negli ultimi tempi la Piana Rotaliana va offrendo agli appassionati nuovi spunti d’interesse. E in attesa di un promettente 2011, le annate da tenere d’occhio sono 2010 e 2009.

Il racconto del vino comincia dal luogo d’origine.
3 aprile 2013. Fai della Paganella, Trentino. Aria tersa e un sole così bello che quasi non ci credo, dopo mesi e mesi di pioggia e nebbia: forse non è un caso che l’hotel dove alloggio si chiami “Arcobaleno”. La titolare, una donna generosa e tenace come il vino Teroldego, che adora e conosce benissimo, pretende di condividere la sua predilezione con chiunque le capiti a tiro, figuriamoci chi le confida, come il sottoscritto che “faccio il degustatore e il Teroldego mi piace, ma non sempre mi incanta”. Non lo avessi mai fatto! Per rimediare mi consiglia una “salutare” passeggiata panoramica (“salutare” è proprio l’aggettivo usato dalla simpatica signora) con vista sulla Piana Rotaliana perché “lei deve vedere con i suoi occhi dove nasce questo rosso unico e poi capirà perche non si può non che amarlo”. Mi offre così una vecchia mountain bike, una delle prime con cambio Shimao (un vero e proprio oggetto d’antiquariato che probabilmente pesa più di me): l’accetto, ringrazio a denti stretti e mi metto in sella. La strada che porta al “Belvedere” di Fai dista quattro chilometri in salita, una salita dolce, quasi un falso piano, ma per me che non sono il Masna, è come scalare il Pordoi: mi alzo sul sellino, sento i polpacci tirare, ho il fiatone e voglia di mollare, ma tengo botta per senso del pudore. E ne vale la pena, a conti fatti, perché all’improvviso il “Campo”, come lo chiamano da queste parti, si spalanca davanti ai miei occhi, il paesaggio è vasto, nitidissimo, una cartolina dai colori scintillanti: “il più bel giardino vitato d’Europa”, scrisse Cesare Battisti, politico e geografo trentino, e da qui se ne capisce bene il senso. Le viti sembrano ballerine pronte a sfilare su un immenso palcoscenico, il cielo è blu intenso, le Alpi, ancora cariche di neve, stanno là, in un modo che ti si allarga il cuore solamente a guardarle e poi i fiumi, il Noce e l’Adige, pare comincino il loro cammino esattamente dove finiscono le nevi, proprio come il racconto del vino comincia necessariamente dal suo luogo d’origine.

La Piana Rotaliana
Le caratteristiche geomorfologiche del Trentino derivano prevalentemente dall’azione dei ghiacciai quaternari, che hanno impresso sia alla valle più importante della regione (segnata dal corso del fiume Adige), sia alle numerose valli secondarie, un profilo trasversale dal fondo largo e dai fianchi a parti verticali. Tuttavia le valli minori, occupate da ghiacciai meno imponenti, pur avendo subito modifiche pressoché simili a quelle della valle principale, furono interessate da una escavazione più limitata, tanto che, alla fine dell’era glaciale, il loro fondo risultava più elevata rispetto alla Val d’Adige, a cui veniva collegato da una sorta di “gradino” di confluenza. Per questa ragione il corso d’acqua del Noce, che scorreva sulla destra orografica dell’Adige, si riversò in quest’ultimo trascinando con sé detriti alluvionali composti da diversi materiali (granito, calcare alpino, arenaria porfirica, porfido quarzoso) e formando un conoide di deiezione quasi piatto e relativamente limitato: la Piana Rotaliana (detta anche Campo Rotaliano), piccola pianura insediata una ventina di chilometri a nord di Trento e continuamente bonificata nel corso dei secoli fino ad assumere l’attuale configurazione. Ovvero una sorta di triangolo pianeggiante (con al vertice la “gola della Rocchetta” che da inizio alla Val di Non) delimitato perfettamente dalle pareti rocciose delle montagne circostanti, che hanno anche il merito di proteggerla dai venti freddi, rendendola così climaticamente idonea alla produzione di vini rossi. Tuttavia la vera eccezionalità del luogo risiede nelle sue caratteristiche pedologiche: rispetto agli altri fondovalle della regione, in genere troppo fertili per le esigenze della viticoltura di qualità, il terreno coltivabile della Piana, è, infatti, scarsamente profondo (da 30 a 90 centimetri), ricco di elementi minerali e caratterizzato da un substrato ghiaioso/ciottoloso altamente drenante. In questo contesto così particolare e unico, non solo in Trentino, è l’uva teroldego che ha dimostrato nei secoli il miglior adattamento: un’ancestrale affinità elettiva che a partire dal 1971 gode anche di un’autonoma denominazione d’origine controllata (Teroldego Rotaliano, appunto), la cui produzione (550 ettari coltivati prevalentemente a pergola doppia e in misura minore a Guyot) è limitata ai comuni di Mezzocorona e Mezzolombardo, e al piccolo borgo di Grumo (Frazione di S. Michele all’Adige). Sono invece estese all’intera provincia di Trento le pratiche di vinificazione e di imbottigliamento, in quando il 90% dei quattro milioni di bottiglie di Teroldego Rotaliano immessi ogni anno sul mercato sono perlopiù nelle mani delle numerose cantine sociali della regione (e in seconda battuta, in quelle dei negociànt, che dalle stesse cooperative acquistano vino sfuso).

Il teroldego: origini e peculiarità
Nella parte conclusiva di uno studio del 1989 sui rapporti filogenetici tra il teroldego e altre uve autoctone oggi presenti in differenti zone geografiche del nord Italia, Attilio Scienza ipotizzò che questo vitigno (il cui nome potrebbe risalire all’antica tirandola veronese, chiamata così perché allevata a “tirella”, ovvero su tutori vivi) appartenesse geneticamente all’area Veronese - Padana e ne condividesse l’origine (antichissima) con il lagrein, varietà con cui mostra alcuni punti di convergenza anche dal punto di vista organolettico. Ma se è vero che la storia che lega il teroldego alla regione è lunga quasi cinque secoli, è altrettanto vero che solo alla fine del diciannovesimo secolo il vitigno fu descritto dettagliatamente così come lo conosciamo oggi, e questo grazie a due noti studiosi austriaci, August Wilhelm von Babo e Edmund mach (al primo di deve la procedura per misurare il potenziale alcolometrico dei mosti, al secondo la fondazione dell’Istituto di viticoltura ed enologia di San Michele all’Adige), che nella loro pera più importante , scritta a quatto mani ed edita nel 1885, raccontano l’uva come una “varietà che per il Trentino ha la stessa importanza del Lagrein per i dintorni di Bolzano, Il Tiroldico è una vite vigorosa, dai tralci sottili, nocciola chiaro. Le foglie medie e tri/pentalobate, sono grigio-verdi, pagina superiore opaca, pagina inferiore molto lanuginosa. Gli apici dei germogli sono biancastri e anch’essi lanuginosi. Il grappolo di questa cultivar è di grandezza media, compatto e di forma piramidale. Anche gli acini sono di grossezza media, rotondi, blu scuro profumati, con buccia spessa ricca di tannino, il Teroldico vuole una potatura lunga, il germogliamento è abbastanza precoce. I grappoli, similmente a quelli del Lagrein, possono essere raccolti abbastanza tardi senza marcire.”

Il Teroldego Rotaliano nel bicchiere
Proprio come il Lagrein prodotto in Alto Adige e nonostante un disciplinare di produzione che permette una resa di uva per ettaro di 170 quintali, il Teroldego Rotaliano è di solito un vino/vitigno di buona struttura e di notevole carattere. La sua genetica ricchezza polifenolica si traduce in colori scuri, densi e perfino inchiostrati e in una presenza tannica importante, più o meno moderata, più o meno ruvida – e amarognola – a seconda del tipo di annata, dell’epoca di raccolta (ama infatti le vendemmie asciutte), del contenimento della produzione e del protocollo di vinificazione. Dal punto di vista aromatico si presenta intensamente fruttato in gioventù (un frutto scuro e “croccante” che tavolta si fa perfino selvatico e che di norma risulta aspro e succoso), mentre in evoluzione si arrochisce prima di sensazioni erbaceo/floreali/minerali (viola, rosa canina, fiori resinosi, erbe di montagna, china, roccia calda), dopodiché, a piena maturità (dopo sei, sette anni di bottiglia) di un ventaglio di analogie più personali e viscerali (il sangue, la carne alla griglia, il legno bruciato, il sottobosco verde).

Le annate in degustazione
Per conoscere più in dettaglio le caratteristiche dei millesimi che si sono succeduti nell’ultimo periodo in zona, ho chiesto un parere ad alcuni dei diciassette produttori presi in rassegna per questo articolo: le diverse opinioni raccolte (in realtà, più che diverse direi spesso convergenti) le ho poi integrate con le mie impressioni di assaggio, anche in questo caso grossomodo in sintonia con il punto di vista dei protagonisti. Prima di lasciarvi alla lettura delle recensioni, eccovi dunque una rapida sintesi delle ultime sei vendemmie nella Piana Rotaliana.
2012: Annata vigorosa, in cui la pianta ha continuato a vegetare anche durante il periodo estivo, perdendo di vista la concentrazione. I pochi vini degustati sono intensi più che profondi, fruttati più che strutturati, e al momento non del tutto equilibrati: è ancora presto per dirlo, ma è probabile che debbano essere consumati soprattutto in fase giovanile.
2011: Una vendemmia calda e precoce (con temperature mediamente più alte della consuetudine e con poche precipitazioni), ma senza particolari squilibri vegeto-produttivi: clima dunque ideale per le esigenze agronomiche del vitigno. I primi vini assaggiati sono ricchi di frutto, di polpa e di sapidità: non resta che attendere l’uscita delle etichette più importanti per un’analisi più mediata.
2010: Classico millesimo di grande equilibrio che ha dato vita a Teroldego di splendida bevibilità, in cui il frutto (pimpante, vibrante, succoso) e la buona concentrazione (anche tannica, ma senza ruvidezze) sono ben dissimulati in una struttura agile e ben dotata sotto il profilo acido/sapido. Vini che si annunciano interessanti anche in prospettiva.
2009: Una delle annate più calde e mature degli ultimi vent’anni: uve sanissime e molto zuccherine, grande densità dei mosti e vini che si annunciarono poderosi fin dalle prime svinature. Vini che nel tempo anziché flettere o incupirsi sono riusciti piano piano a prendere il volo, portando in superficie i caratteri più sapidi dell’uva e del terroir. A mio avviso, il millesimo più completo.
2008: L’annata più difficile tra quelle considerate: piovosa, fredda e tardiva. Rossi di conseguenza austeri e dritti che solo oggi, a distanza di cinque anni dalla nascita, iniziano a farsi più comunicativi. Rinarrano comunque anche in futuro Teroldego dal profilo riservato e minerale.
2007: Vendemmia per certi versi simile alla 2009, ma risultati enologici non del tutto compatibili. Se nel 2009 brilla, infatti, per concentrazione o profondità senza perdere di vista il dinamismo e il carattere, qui emerge soprattutto il lato più ammiccante dell’annata calda, con il frutto dolce (piacevolmente esotico/floreale) e una trama tannica sinuosa e risolta.

MOREI TEROLDEGO 2010 - 90+E
Sebbene Attilio Scienza e altri ricercatori sostengano che il teroldego sia imparentato con il lagrein e probabilmente anche con il marzemino, pare che dal punto di vista ampelografico presenti invece una certa affinità con la syrah del Rodano: una constatazione che dimostrerebbe il suo enorme potenziale qualitativo e che trova piena conferma nello splendido Morei 2010 di Elisabetta Foradori, vinificato in anfora con una macerazione lunga ben otto mesi. Un vino in grado di miscelare senza incertezze, proprio come i migliori Cornas, abbondanti dosi di frutto, di muscolo, di calore, di freschezza e di mineralità: il risultato è una succosa tela di sapori racchiusa di un involucro naturalissimo, carnoso, masticabile, capace di crescere giorno dopo giorno a contatto con l’ossigeno e di trovare a tavola una grande versatilità negli abbinamenti. Biodinamico.

TEROLDEGO 2010 – 87+D
Ha le potenzialità per imporsi ma è “disordinato”, ingarbugliato, complicato, soprattutto nelle prime fasi della degustazione, quando palesa una volatile sopra le righe e un tannino piuttosto incisivo, poco dinamico. Il vino è però serissimo e dopo qualche ore di ossigeno – e poi nei giorni successivi – trova finalmente il bandolo della matassa e la dipana con bel talento, sfoggiando un frutto intenso, limpido, quasi esplosivo, una proiezione al palato più composta e omogenea, e un finale fresco, dritto, sanguigno, piacevolmente amarognolo e senza durezze. Può avere futuro.

SGARZON TEROLDEGO 2010 – 84+

GRANATO TEROLDEGO 2009 – 93 F
Cosa dire e cosa aggiungere di più a una valutazione così straordinaria? Poco, evidentemente, se non che Elisabetta Foradori è riuscita nell’impresa di superare se stessa (il 2007 era già eccellente, meno il 2008) e di creare un Teroldego capace di volare altissimo, così in alto da oltrepassare i confini della denominazione e di toccare le vette qualitative dei più grandi rossi europei. Ottenuto da una rigorosa selezione di uve effettuata in tre vigneti del comune di Mezzolombardo (Vignai, Cesura e Regin) offre una stratificazione, una purezza e un’energia di frutto eccezionali (cassis, more, prugna e chissà cos’altro), un raffinato chiaroscuro speziato (cacao e pepe) e una struttura ricca ed esplicita nella dinamica (ha infatti bisogno di aria per disciplinarsi), eppure nitida, vitale, priva di appesantimenti e di ridondanze. Chiude convinto, esplosivo e profondo anche dopo una settimana di ossigeno, lasciando intuire un cammino lungo e radioso.

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