Rassegna Stampa

1 Marzo 2014

Enogea 53, febbraio - marzo 2014

Trentino in Bianco
Di Francesco Falcone

Ad eccezione di Trento e del Vino Santo, e in seconda battuta di Incrocio Manzoni e Nosiola, il livello medio dell’attuale produzione a bacca bianca della regione non lascia ricordi indelebili, vuoi per mancanza di originalità, vuoi per evidenti limiti di personalità. I vini degni di interesse comunque non mancano, anche fuoir dalle tipologie citate.

In un’ipotetica gara internazionale per il vigneto più bello del mondo il Trentino avrebbe buone possibilità di piazzarsi nelle prime posizioni. Non altrettanto si può dire dei risultati che quelle stesse vigne, spesso magnificamente posizionate, ottengono una volta in bottiglia, quando si trasformano in vini tecnicamente ben sorvegliati, ma spesso troppo prevedibili nella costruzione, troppo legati a un protocollo più cha a una visione.
L’assaggio di molti dei bianchi recuperati per quest’ampia panoramica alimenta la sensazione che da queste parti in tanti preferiscano giocare sulla difensiva, accontentandosi di portare a casa lo “zero a zero”, senza correre troppi rischi e mettendo in un angolo le ambizioni più “alte”: un atteggiamento che a mio avviso equivale a una mezza sconfitta, in quanto depotenzia un patrimonio geografico, morfologico, pedologico e climatico come detto straordinario.
Al Trentino e ai suoi produttori (grandi e piccoli) servirebbe dunque un colpo d’ala, una scossa, una vibrazione: nessuno stravolgimento, sia chiaro, solo una maggiore attenzione alla gestione viticola (dove probabilmente si produce ancora troppo e in modo approssimativo) e un approccio enologico meno schematico, meno “conservativo”, meno ingessato.
Che non significa orecchiare il relativismo enologico e l’anarchismo interpretativo oggi dilaganti: più semplicemente ritengo auspicabile che si provi a “screpolare” una superficie stilistica fin troppo manierata. Come? Forse attraverso una visione del vino meno seriale e più personale, in grado cioè di esprimere la sensibilità di ciascun terroir e di ciascuna azienda con più liberta e con meno vincoli di tipo tecnico e commerciale. In ogni caso, se il bianco trentino vorrà confrontarsi con solo con la sempre più agguerrita concorrenza nazionale, ma anche con i grandi terroir nordeuropei (per tacere di un Nuovo Mondo sempre meno nuovo e sempre più collaudato) dovrà certamente provare a fare di più: il ticchettio del meccanismo di precisione ormai è realizzabile ovunque, identità, autenticità e tradizione invece no.

NOSIOLA

FONTANASANTA NOSIOLA 2011 – 88 E
Da due ettari di vigna insediati sulle colline argilloso - calcaree di Cognola di Trento (allevati a Guyot e condotti in regime di viticoltura biodinamica), Elisabetta Foradori seleziona i migliori grappoli di nosiola per produrre questo vino ancestrale che fin dagli esordi (2009) ha attirato le attenzioni degli addetti ai lavori. Attenzioni per il metodo di vinificazione (fermentazione spontanea in anfore spagnole cui segue una macerazione sulle bucce di otto mesi) e attenzioni per il risultato finale ancora lontano dalla perfezione ma indubbiamente interessante in termini di complessità e profondità. L’edizione 2011 qui recensita è senza dubbio la più risolta di sempre: la volatile (comunque sotto controllo) amplifica lo spettro aromatico (smalto, cera d’api, mimosa, tisana), il sorso ha calore, sapore e polpa scolpiti da tannini dell’uva (maturi e privi di rugosità) e il finale rimanda alla tenue dolcezza dell’albicocca appena colta, E’ la strada giusta.

MANZONI BIANCO (INCROCIO MANZONI 6.0.13)

FONTANASANTA MANZONI BIANCO 2012 – 88+ E
Le sfumature di tipo macerativo sono delicatissime e affiancano con particolare grazia la dolcezza del frutto (cedro e pesca di vigna), la freschezza delle erbe e la tenerezza dei fiori. Una tenerezza che ritrovo anche in bocca, di matura carnosità, di morbida elasticità e di raffinata accelerazione salina. Il più buon bianco prodotto da Elisabetta Foradori nella sua prestigiosissima carriera.

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