Rassegna Stampa

1 Maggio 2006

Euposia mag-giu 2007 - Elisabetta Foradori, la principessa del Teroldego

Elisabetta Foradori, la principessa del Teroldego

(di Marcello Coronini)

Donna affascinante dalla spiccata personalità sta vincendo la “sua battaglia” per fare del Teroldego un grande vino rosso.

L’area della Piana Rotaliano è la patria del Teroldego e rappresenta l’unico territorio in cui da quest’uva si possono ricavare vini interessanti, caratterizzati da un colore molto vivo e intenso, da una buona struttura e da una certa eleganza. La Piana o Campo Rotaliano è rappresentata dal bacino alluvionale del fiume Noce, che nei secoli passati spesso tracimava e invadeva tutta la Piana. Nel corso del tempo il Noce ha depositato detriti di varia origine diventati parti integranti di questo particolare terreno: ardesia, calcare, granito e quarzo porfirico, sono solo alcuni dei minerali che lo compongono. Verso la fine del 1800 l’area viene bonificata, il fiume deviato e fatto confluire nell’Adige. Si aprono quindi nuovi spazi per il vitigno Teroldego, che in questi terreni ciottolosi, ricchi di sassi quasi affioranti e ricoperti da uno strato superficiale di limo e sabbia, che assicura un ottimo drenaggio, trova il suo habitat ideale. Ci racconta Elisabetta: “ I terreni migliori sono situati proprio nella parte centrale della valle, dove si trovava il vecchio alveo del Noce, e sono noti, quando si utilizzano i cloni “giusti per dare vini longevi e strutturati, mentre i Teroldeghi provenienti dai terreni vicini alla montagna si caratterizzano per la freschezza e un frutto molto evidente”.

Storicamente il Teroldego negli ultimi quaranta anni, salvo poche eccezioni, è stato considerato un vino “rude” da abbinare a un certo tipo di cucina montana, tradizionalmente sostanziosa e ricca di grassi animali. Si producevano quantità elevate per ettaro, per cui il vino era povero di estratti, mancava di struttura, e capacità di invecchiamento. Di ben altra considerazione godeva il Teroldego 100 anni fa, quando Edmund Mach, incaricato di fondare e dirigere l’istituto di San Michele all’Adige, si adopera in ogni modo per rivalutare i vitigni locali e creare i presupposti per una produzione di qualità. Elisabetta, diplomata da poco in Enologia a San Michele, sente il “dovere” di seguire la strada indicata dal fondatore della sua scuola. Innamorata di questo vitigno ci ricorda di aver letto in un manuale ottocentesco che un cronista del Concilio di Trento nel 1673 già magnifica il Teroldego e sostiene che le viti vanno potate drasticamente per ridurne la vigoria e ottenere un vino di qualità. In uno scritto del 1852 Agostino Perini lo definisce “inferiore a pochi, lasciato invecchiare acquista una fragranza e un gusto simile al Bordeaux”.

Elisabetta Foradori

La famiglia di Elisabetta possiede da tempo un’azienda agricola a Mezzolombardo (una cittadina di cui si parla poco, ma che possiede un centro storico bello e interessante) e terreni vitati in alcune delle aree più vocate per il Teroldego. Elisabetta è ancora una ragazzina che sta per iniziare gli studi per ottenere il diploma di enotecnico nella scuola di San Michele all’Adige, quando improvvisamente muore il padre, che si occupa dell’azienda e della produzione del vino. La madre prende in mano la situazione e, pur mancando di conoscenze enologiche, riesce a mantenere in piedi l’azienda agricola e soprattutto non si adegua alle mode enologiche di quegli anni, mantenendo terreni e vigneti nella situazione originaria, anzi valorizza i suoi vini creando la distinzione tra il Teroldego Morei, proveniente da un terreno particolarmente vocato e da viti molto vecchie, e il Teroldego cosiddetto “normale”. Nel 1984, a 19 anni, Elisabetta, fresca di studi, entra in azienda e con l’aiuto dell’operaio che assisteva il papà in cantina, realizza la sua prima vendemmia. Siamo in un periodo in cui in Trentino si da molta importanza alla cantina e agli aspetti tecnologici, mentre si occupa meno del vigneto dove si impiantano cloni molto produttivi con rese per ettaro alte.

La maggior parte dei vini ottenuti in quegli anni manca di struttura e personalità, per intenderci siamo nel periodo dei così detti “bianchi carta”. L’immobilismo tecnico, a cui è stata costretta mamma Foradori, ha in un certo senso creato il “terreno ideale” per la futura storia di Elisabetta che può lavorare su vitigni storici di Teroldego.

L’estate successiva alla sua prima vendemmia sceglie ad occhio le piante migliori e meno produttive, ad esempio con il grappolo più piccolo e spargolo, preleva le marze e crea una serie di 15 biotipi diversi di Teroldego. Nel 2000, la preziosa collaborazione con l’università di Milano e con il professor Attilio Scienza consolida il suo progetto e rende possibile la realizzazione di nuovi impianti, in grado di dare i rossi eleganti, complessi e longevi che Elisabetta ha sempre sognato.

Un grande crù di Teroldego: il Granato

Nel 1986, da una vecchia vigna a pergola vengono prodotte le prime bottiglie di Granato, il grande crù di Teroldego che oggi è la sintesi di 5 vigneti posti in zone differenti, il vecchio a pergola e gli altri nuovi a Guyot realizzati con i cloni di Elisabetta. La scelta del nome deriva dalla volontà di collegarsi alla cultura mediterranea. “L’abbiamo chiamato Granato –racconta Elisabetta- perché gli acini delle sue uve hanno il colore della melagrana simbolo come l’uva, della vita e della natura; questo frutto bellissimo viene anche definito dal popolo di Israele “nettare degli amanti”. Inizialmente questo vino, così diverso dagli altri e “importante”, oltre ad essere scartato dalla commissione per la Doc, non viene capito, oggi viene collocato tra i grandi vini rossi italiani.

Elisabetta ha un carattere decisamente “tosto” e a 20 anni probabilmente era ancora più aggressiva di oggi nel convincere il modo che il Teroldego è un grande vino. Ci raccontano gli amici trentini, tra cui vignaioli che allora la contestavano e oggi l’ammirano, che allora queste sue idee innovative e questa rivoluzione produttiva (nei nuovi vigneti aveva piantato 6000 ceppi per ettaro, fatto allora sconvolgente) le avevano quasi cucito addosso l’immeritato appellativo di “pazza e visionaria”. Oggi Elisabetta per il coraggio di certe decisioni è una viticoltrice ammirata e invidiata.

Gli altri vini di Elisabetta

Nel 1990 nasce lo Sgarzon, un altro crù, questa volta proveniente dai nuovi vigneti piantati con i cloni da lei selezionati. I magnifici 4, Morei, Granato, Sgarzon e il base convivono per qualche anno e danno vita tra gli estimatori del Teroldego Foradori a vere e proprie passioni per l’uno o per l’altro.

I vini di Elisabetta piacciono agli appassionati

Nel 1995 un nostro amico milanese, da sempre in vacanza in Trentino e conoscitore del territorio, ci invita a cena e propone una bottiglia di Teroldego, il suo vino preferito di un bravo produttore che riteneva in assoluto il migliore. Noi l’assaggiamo, concordiamo sulla validità della proposta ma lo invitiamo a provare alla prima occasione un altro Teroldego, quello di Elisabetta, sostenendo che l’avrebbe fatto innamorare. Dopo circa un mese riceviamo una telefonata in cui l’amico milanese ci ringrazia e dice: “Avevate ragione!”.

A metà anni novanta Elisabetta si rende conto che non ha più senso produrre quattro tipologie di Teroldego e decide di eliminare due crù e produrre per il futuro solo il Granato e il base chiamato semplicemente Foradori. Tutti i giornali specializzati parlano dell’evento e la notizia sconvolge gli estimatori del Morei e dello Sgarzon. La scelta di Elisabetta è squisitamente tecnica, la maggiore età e l’evoluzione dei vigneti permettono di utilizzare le uve dello Sgarzon nel Granato mentre il Foradori base ha ormai una struttura e una qualità che lo accomuna al Morei. Elisabetta conclude: “mi dispiace per gli affezionati, ma dovevo farlo”.

La principessa del Teroldego

L’amore per il Teroldego e la caparbietà nel farlo diventare una “chicca” per gli appassionati di tutto il mondo, si fondano, non solo su passione personale, ma sulla constatazione che in questo momento si sta verificando un importante cambiamento nel modo di bere e di scegliere il vino. Dovunque si sta delineando una nuova corrente di pensiero tra gli appassionati degustatori alla ricerca del vero vino di territorio, con tutte le sue implicazioni, organolettiche e culturali, che lo rendono diverso e unico. Questo nuovo modo di bere richiede vini, non solo molto piacevoli, ma con una storia alle spalle, provenienti da un territorio magari solo piacevole da visitare o affascinante, piccolo e con una produzione limitata, in sintesi vini irrepetibili, rari e preziosi. Per Elisabetta il Teroldego è tutto questo e poi la vediamo magnificamente essere “la Principessa del Teroldego”, un’affascinate e rappresentativa sovrana di un territorio che con soli 400 ettari è troppo piccolo per essere un regno.

Il Vigneto Laboratorio

Accanto alla casa e alla cantina, che insieme costituiscono un unico complesso, Elisabetta ha creato una sorta di giardino ampeleografico nel quale ha impiantato tutti i ceppi di Teroldego individuati con il suo faticoso lavoro di ricerca. Vuole con questo arrivare a selezionare un gruppo di piante che possa esprimere al massimo le immense potenzialità qualitative di questo vitigno; il suo desiderio è mettere a disposizione i suoi studi e le sue scoperte per tutti i viticoltori della Piana Rotaliano che lo richiedano.

Foradori Teroldego Rotaliano Doc 2005

E’ espressione del carattere e della purezza del teroldego, proveniente da 15 diversi vigneti sparsi nel campo Rotaliano, un “assemblaggio” di caratteri diversi del vitigno legati alla posizione delle vigne. Nasce assieme all’azienda all’inizio degli anni 30 e viene messo in bottiglia dal 1955. La resa per ettaro si attesta sui 90 qli. La vinificazione prevede una macerazione per 15 giorni in botti aperte con follature e rimontagli. L’affinamento avviene in legno per 15 mesi e poi in bottiglia per altri 2 prima della commercializzazione. Le bottiglie prodotte annualmente sono 140.000. Di colore rosso rubino carico, all’olfatto evidenzia la viola e il lampone; al palato è elegante e minerale.

Granato Vigneti delle Dolomiti Rosso 2003

Prodotto per la prima volta nel 1986 nasce dall’unione delle uve Teroldego provenienti da 5 vigneti, siti nel cuore del campo Rotaliano. Alla base della sua qualità il lavoro di ricerca della biodiversità della varietà e la viticoltura naturale. Grande la selezione sul campo: la resa per ettaro è infatti di 50 quintali. La vinificazione avviene in botti di legno aperte, con una macerazione per 15/20 giorni a seconda delle annate. L’affinamento vede il legno per 22 mesi cui seguono altri 8 in bottiglia. 13,50% il grado alcolico; la produzione si attesta sulle 45mila bottiglie annue. Di colore – come evidenzia il nome – granato, rosso carico, al naso vede emergere profumi di viola e lampone, spezie e frutta di sottobosco. La forza del vitigno – unita alla sua straordinaria eleganza – permette l’evoluzione nel tempo, Morbido al palato, elegante, evidenzia un uso sapiente del legno, senza la scontrosità del teroldego. Uno dei più grandi vini italiani, secondo il giudizio unanime degli esperti e degli appassionati di mezzo mondo.

Myrto Vigneti delle Dolomiti Bianco 2005

Di questo blend di Incrocio Manzoni e Sauvignon Blanc vengono prodotte circa 17mila bottiglie l’anno. Le uve sono coltivate sui terreni al margine del campo rotaliano, dunque più sabbiosi e ad alta mineralità. Rispecchia il carattere del banco delle Dolomiti, minerale e con lungo retrogusto, mai opulento. La resa per ettaro è di 70q.li. La vinificazione è in bianco con fermentazione in botti di acacia e rovere da 20hl. L’affinamento avviene in legno per dodici mesi, cui seguono altri 6 in bottiglia. Al naso emergono note di sambuco e foglie di myrto. In bocca il gusto è delicato e persistente, adatto a carni bianche.

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