Rassegna Stampa

1 Luglio 2013

Fontanasanta- Rispetto per l’ambiente, bellezza e ritorno economico

QUI Economia - maggio 2013
di Monica Maffei  

Una collina a est di Trento rappresenta un contesto unico, dove ville rinascimentali si mescolano a vecchi masi e il paesaggio boschivo si fonde con quello disegnato dall’agricoltura, settore ancora oggi di notevole importanza per l’economia locale.

La tenuta di Fontanasanta
Villa Consolati di Fontanasanta, circondata da bosco e vigneti facenti parte della tenuta – progettata dall’architetto Sebastiano de Boni su ispirazione dei moduli stilistici di Andrea Palladio e fatto erigere nel 1815 dal Conte Simone Consolati, Console nella Trento del Principe Vescovo Thun – svetta austera ed elegante sopra Cognola. Schiacciata dal peso delle ipoteche a seguito dei notevoli danni economici causati dalla Grande guerra, Fontanasanta venne riscattata dal marito di Annunziata Consolati, Karl von Luterotti, che bonificò l’intera area impiantandovi vigneti e alberi da frutto. Nel 2007 Elisabetta Foradori prese in affitto i terreni agricoli della tenuta: terra rossa e roccia bianca, argilla e calcare, suolo perfetto per i bianchi Manzoni Bianco e Nosiola. Siamo andati a trovare Simonetta de Luterotti, nipote di Karl von Luterotti e abile gestrice della tenuta di Fontanasanta e la filosofa-enologa Elisabetta Foradori.

Determinazione e rispetto
“quando mio nonno Karl, avvocato di Caldaro, nel periodo tra le guerre optò in qualità di Dableiber” di non aderire alle lusinghe hitleriane e di rimanere in patria il clima di odio e astio per quelli che venivano considerati “traditori” era tale da rendere impossibile la prosecuzione della sua professione. Colse, pertanto, la palla al balzo e decide di rimettere in sesto la tenuta che era stata ereditata dalla moglie Annunziata, la bonificò e la rese autosufficiente dotandola di un prezioso bacino irriguo”. Simonetta de Luterotti (il cognome venne italianizzato durante il periodo fascista) è una donna energica e determinata, entusiasta della vita e sensibile a tutte le sue manifestazioni, capace di coniugare senso pratico con l’aspirazione a nobili ideali: una vera Welschtirolerin” trentino - tirolese, che si manifesta sin da subito con una schietta parlata frutto delle sue discendenze viennesi e trentine. “Dopo la morte di mio padre, che in quando agronomo gestisca personalmente l’azienda conferendo a questa terra la biodiversità di coltivazioni che ancora oggi la contraddistingue, si verificò la necessità di concederla in affitto. Fu allora immediatamente chiaro a tutti noi numerosi nipoti che avremmo dovuto trovare una soluzione tale da garantire una continuità rispetto a quanto mio padre e mio nonno avevano intrapreso, sia in termini di scelte tecniche effettate, si di valori che ci avevamo trasmesso. E, pur non essendone all’inizio consapevole, con il tempo mi sono resa conto che questo è esattamente ciò che ho fatto: ho innalzato alcuni terreni, come già aveva iniziato a fare mio nonno, in modo che la loro inclinazione meglio si addicesse ad un metodo di coltivazione naturale, ho rafforzato e meglio distribuito le acque del rio che scorre nella nostra proprietà, ho mantenuto consapevolmente la biodiversità esistente e, ancora oggi, quando si tratta di decidere cosa fare di ogni singola pianta, la decisione viene presa di comune accordo. Perché la particolarità di Fontanasanta è che un bene in comunione tra tutti i Luterotti sparsi in giro per il mondo, che grazie a questo bene si ritrovano e in questo bene si identificano, comprese le nuove generazioni che stanno venendo avanti”.

Una nuova economia possibile
La scelta di Elisabetta Foradori? Una scelta di pancia: “Nel momento in cui si intraprende la strada del rispetto della natura, delle tradizioni, dei valori di famiglia, una strada immensamente più difficile rispetto a quella del profitto immediato a basso investimento, ci si avvia lungo una strada senza più ritorno. Una cosa porta all’altra e ad un certo punto ci si rende conto che il mondo lasciato alle spalle non ha più niente da dirci e che, per contro, le persone che ci circondano si caratterizzano per la nostra stessa sensibilità. Così è nata l’intesa con Elisabetta Foradori. Oggi, a distanza di più generazioni, constato con soddisfazione che i conti tornano, anche in termini economici e che la sfida di coniugare uno stile di vita e di coltura rispettoso è compatibile con il necessario ritorno economico e sono soddisfatta”. Elisabetta Foradori si innesta nel discorso iniziato da Simonetta de Luterotti, l’intesa tra le due è percepibile sin da subito. Cosa significa e cosa comporta, oggi fare parte del mondo dei “vignaioli naturali”? “E’ difficile tracciare delle categorie precise se non ai fini formali di certificazioni e di marketing. Credo, tuttavia, di poter dire che stiamo assistendo ad un risveglio delle coscienze. Molti giovani, infatti, anche provenienti da esperienze differenti, si stanno avvicinando con molto interesse a questo mondo nel modo più puro, partendo dalla centralità dell’uomo e della terra e dell’assioma del rispetto, cercando di trovare la strada per arrivare ad un risultato autentico, che consenta di portare in tavola l’espressione del terroir, che in francese tanto bene esprime un insieme di territorio, profumi, sapori, lavoro valori e tradizioni. E poi giungere a questo risultato la via è una sola: quella percorsa dall’uomo – inteso come “Mensch” – che, oltre ad avere le conoscenze tecniche, interagire con la natura, che la sappia osservare e ascoltare, oltre che rispettare. L’approccio biodinamico si caratterizza per avere, inoltre un rapporto spirituale con la pianta e con la terra, un rapporto che si basa sul concetto dell’apporto e dello scambio energetico. Oggi, dopo 28 anni che lavoro la vite, mi sento di poter dire che il mondo della coltivazione tradizionale, del quale pur ho fatto parte, non mi appartiene più. Il mio approccio di oggi va ben oltre che un processo produttivo: è un vero e proprio stile di vita, una diversa frequenza energetica che si irradia dal produttore, al ristoratore fino al consumatore. E’ in atto un’evoluzione – sebbene in molti modi ostacolata, non da ultimo per l’eccesso di burocrazia e di regole – verso una nuova economia possibile, verso il rapporto diretto con il consumatore, verso un riscoperto bisogno di autenticità. Alla fine, il consumatore cosciente salverà il contadino”.

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