Rassegna Stampa

22 Marzo 2009

La Repubblica, 22 marzo 2009 - Il vino del contadino

Troppo ruvidi, viziati da processi di vinificazione malaccorti: i rossi e i bianchi “fatti in casa” hanno subito per molto tempo le stroncature dei sommelier. Poi la ricerca militante di Veronelli, l’avvento di biologico e biodinamico, la crescita di una generazione di piccoli produttori di culto ha cambiato tutto, Vinitaly e Critical Wine tra pochi giorni lo dimostreranno.


Nel bicchiere solo vigna e cantina
(di Licia Granello)

“Il peggior vino contadino è meglio del miglior vino industriale”. Amava le provocazioni, Gino Veronelli. Ma la forza della frase è enorme, ufficializza un concetto, certifica un sogno. Perché è vero, per molti anni certi vini contadini sono stati viziati da malagrazia, rudezze nella raccolta delle uve, ignoranza nella vinificazione. Veronelli, però, distingueva tra contadini e contadini, uomini la cui sapienza trasformava uve sofferenti in bottiglie straordinarie: sangiovesi indomiti e rapinosi, baroli da perdere la testa. In quello stesso periodo, i cospicui investimenti delle maggiori aziende vinicole in termini di macchinari, tecnologie, ricerche, fecero fare al vino medio un incredibile salto di qualità.
I guai sono arrivati dopo, quando i medi diventati grandi o quasi grandi hanno dovuto confrontarsi col mercato globale, le quantità massicce, la necessità di essere sempre all’altezza, a prescindere da terra, stagioni, vendemmie. La scelta è stata la più facile: non la diversità, per far brillare il made in Italy enologico, ma la standardizzazione. Risultato: vini piacevoli, perfettini, con tutte le curve al loro posto, aromi vanigliati, sapori morbidi, finali segosi, come corpi rimodellati da bisturi e silicone. Peccato che a forza di concentrare, ossigenare, barricare, addizionare, assemblare, i vini abbiano perso anima e identità.
Sono nati così i vini “altri”. Quelli per cui Veronelli spese le sue ultime energie, diventando la bandiera di “Critical Wine”, la manifestazione parallela al Vinitaly dove si assaggia, si discute, si fanno proposte per incidere su produzione e mercato. Sono vini che si richiamano a una viticoltura rispettosa, dove la terra non viene isterilita dalla chimica, le vigne imparano a difendersi dai parassiti, le pratiche di cantina sono ridotte al minimo. Sottoposti ai comandamenti del biologico o alla dottrina steineriana (ma per la biodinamica, a differenza della Francia, qui non esiste ancora un disciplinare), vinificati in maniera estrema – fermentazioni lunghissime, uso di anfore, robuste ossidazioni – o con assoluta leggiadria, sono i bicchieri-culto di produttori che hanno fatto la storia del vino d’autore italiano: Cappellano, Rinaldi, Gravner, Radikon, Soldera, Coltibuono, Foradori…
Negli ultimi anni le manifestazioni che, anche grazie alla contemporaneità del vicino Vinitaly, promuovono i vini naturali sono cresciute insieme all’interesse degli appassionati, alla sensibilità ecologica, all’affinamento delle metodologie, ma anche ai timori per la salute, se è vero che un recentissimo studio presentato a Bruxelles ha evidenziato la presenza di pesticidi e fertilizzanti in un campione di vini diversi prodotti nell’Unione, con esclusione di quelli certificati bio. Dalla “TripleA” (agricoltori, artigiani, artisti) ai “Vini Veri”, fino al recentissimo “Vignaioli indipendenti”, in somma, piccoli eco-vignaioli crescono. E fanno vini interessanti, originali, a volte magnifici. Una gita allargata nel Veronese a inizio aprile ve lo confermerà.

1924: Esce il libro di Rudolf Steiner sull’agricoltura biodinamica
1980: Nicolas Joly comincia la sperimentazione nei propri vigneti
60: La quantità massima di mq. di anidride solforosa ammessa per litro

Dallo “sfuso” al wine maker e ritorno.
La bottiglia del futuro ha un cuore antico
di Carlo Petrini

Per chi ha vissuto il rinascimento enologico degli anni Ottanta, il cosiddetto “vino del contadino” ha assunto un’accezione per lo più negativa, sinonimo di pressappochismo e poca cura per i fattori qualitativi. A voler ripercorrere un po’ la storia, il mondo del vino per decenni è stato dominato dallo sfuso e da prodotti realizzati sì con “naturalità” (peraltro non sempre…), ma senza le accortezze necessarie a evitare difetti anche evidenti. Poi, ci è capitato di cominciare ad assaggiare i vini di qualche pioniere che, superati i confini, si spingeva fino in Francia e scopriva un ambiente produttivo molto più progredito rispetto al nostro.
E’ stata la rivoluzione: in pochi lustri le cantine italiane hanno adottato conoscenze, tecniche e macchine che hanno contribuito a far crescere in maniera esponenziale la qualità dei nostri vini. Si è messo in moto un meccanismo virtuoso, capace di far crescere nuove economie dal nulla, o quasi. Sono nate figure sociali di cui nessuno aveva mai sentito parlare, come l’enologo o wine maker, il comunicatore o addetto alla public relations. La tecnologia è arrivata quasi a prendere il sopravvento e i consulenti si sono trasformati in druidi in grado di plasmare la fisionomia stessa di un vino. Insomma, si è arrivati al punto di sacrificare il territorio e il campo a beneficio di una nuova visione che puntava l’attenzione più sui tecnicismi che sulla parte agricola.
Anche la natura è stata talora piegata ai desideri di certi viticoltori: con le escavatrici si sono cambiati i profili delle colline, l’utilizzo massiccio di fitofarmaci e di concimi chimici ha sterilizzato il suolo, per non parlare dell’affermazione della monocultura in alcune zone colpite da eccessivo sviluppo eroico. Per finire, siamo entrati nel tunnel della standardizzazione: spesso è impossibile riconoscere vini che nascono a centinaia di chilometri di distanza.
Oggi finalmente, come scossi da un lampo che ci fa aprire gli occhi, ci siamo accorti della deriva a cui era destinato tutto il settore. Esiste un limite che non va mai oltrepassato, che bisogna governare e metabolizzare. Certo è meglio non esasperare i concetti, perché alla fine si cade nell’errore opposto: non amavamo il vino del contadino in passato, per tutti i difetti e gli anacronismi che si era cucito addosso, ma l’evoluzione tecnicistica che è seguita è stata altrettanto perniciosa.
Ora molti vignaioli avveduti hanno deciso di intraprendere una strada che non è semplice ritorno alle origini e che non si tratta neppure di etichettare per forza con termini molto specifici, come biologico o biodinamico. Semplicemente, è una strada che punta a un maggior rispetto dell’ambiente, della storia e delle esperienze ereditate. Ritengo che in questi concetti si debba trovare un equilibrio, una sorta di “terza via”. Una via che ponga le sue basi nelle conoscenze acquisite negli anni, nelle tradizioni virtuose dei padri, nelle pratiche finalmente sostenibili: per arrivare a bere il vino contadino del nuovo millennio.

 

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