Rassegna Stampa

18 Luglio 2013

La vigna del Ciso

Scritto da Fabio Giavedoni e Alessia Benini

Più di un mese fa abbiamo scritto qui della festa del Ciso.
Due giorni fa invece siamo andati a visitare – non per la prima volta – la vigna del Ciso.

Che cos’è il Ciso? È un vino a cui abbiamo dedicato un box in Slow Wine 2013 (e verosimilmente sarà così anche nell’edizione 2014), che riportiamo integralmente qua sotto. Spiega per bene questo bel progetto portato avanti dal gruppo di produttori trentini chiamati I Dolomitici.

Il Ciso è un vino con una bella storia da raccontare, una storia che viene narrata dai Dolomitici, undici vignaioli trentini che hanno deciso di consociarsi mossi dalla necessità comune, come scritto nel loro manifesto, “di valorizzare l’originalità e la diversità della viticoltura trentina nel rispetto di un’etica produttiva condivisa”.

Il Ciso è il figlio della volontà di salvaguardare una testimonianza importante della storia vitivinicola di questa regione; tutto ha inizio quando i Dolomitici vengono a sapere che un vecchio vigneto di lambrusco a foglia frastagliata – piantato agli inizi del Novecento in Val d’Adige e composto da 727 ceppi franchi di piede – stava per essere espiantato per far posto a nuove vigne di pinot grigio.

Tra gli obiettivi principali di questo gruppo di vignaioli vi è la salvaguardia della biodiversità e delle vecchie varietà di viti e piante da frutto, pertanto una tale perdita andava a tutti i costi evitata. Si confrontano, ne discutono e poi decidono di gestirlo assieme: questo vigneto diventa così un’occasione in più per ritrovarsi, condividere il lavoro e confrontarsi tutti assieme, anche se questa scelta richiede un grosso sacrificio in termini di energia e tempo (tenendo conto che questo vigneto che si trova a Mama d’Avio, nella parte sud della Val d’Adige, un posto distante per quasi tutti loro). Un importante lavoro è stato fatto per preservare queste vecchie, ma ancora produttive, viti attraverso un accurato e continuo lavoro di ripalatura, di lavorazione del terreno e di sostituzione delle fallanze attraverso la tecnica della propaggine.

Dopo la prima vendemmia il vino è stato dedicato a Narciso, detto Ciso, il contadino che per anni ha accudito questa vigna e vuole essere il simbolo della sapienza contadina, della capacità di saper ascoltare la terra, di accudirla e rispettarla.

Come detto la vigna del Ciso si trova nella bassa Val d’Adige; è circondata da molti altri vigneti, quasi tutti giovani, coltivati in modo convenzionale, con ampio uso di diserbanti, e quasi interamente dedicati al pinot grigio (in una zona dove un tempo regnavano il lambrusco a foglia frastagliata e il marzemino …). La vigna del Ciso la riconosci subito per la sua diversità: nessun diserbo, erba moderatamente alta, presenza di altre colture tra i filari, vecchi ceppi “artistici” per le loro forme contorte, uno spazio dedicato alla coltura di viti da seme, grande presenza di biodiversità.

Nella vigna è stato mantenuto il vecchio pozzo, che ha sempre acqua, con annessa vasca in pietra dove un tempo il Ciso (e altri prima di lui) preparava il verderame da dare, con il dispensatore a spalla, alle piante. La vigna del Ciso, insomma, è un pezzo di archeologia viticola che I Dolomitici hanno fatto benissimo a mantenere in vita e a coltivare.

A margine della visita alla vigna del Ciso veniamo a conoscenza di un fatto decisamente curioso. Avevamo spesso rilevato la difficoltà di trovare questo vino nelle enoteche, bar e ristoranti del Trentino; anzi, quando qualche volta lo abbiamo richiesto ci siamo sentiti rispondere “non so cosa sia” … I pochi che lo conoscono, che lo hanno assaggiato, lo apprezzano tantissimo; tanti altri ne ignorano l’esistenza.

Ebbene abbiamo saputo che da qualche settimana il Ciso è presente nella carta dei vini del Noma di Copenhagen, il ristorante Tre Stelle Michelin considerato da molti il migliore del mondo. Come dire … a casa tua non ti conosce quasi nessuno mentre sei richiesto e apprezzato in Danimarca. Sarà perché il sommelier del Noma è molto bravo e aggiornato su quello che viene prodotto nel mondo o perché i sommelier/enotecari/ristoratori del Trentino sono poco attenti?

 

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