Rassegna Stampa

8 Luglio 2009

Luxury24 - IlSole24ore.com - Incontri

Elisabetta Foradori: «Nei miei vini la lentezza della natura»

La "signora" della biodinamica spiega come questo metodo ridoni vita alla terra

(di Federico De Cesare Viola)

 

La terra come organismo vivente. La consapevolezza e il senso di appartenenza a essa e al suo ecosistema. Il rispetto del suolo e non il suo sfruttamento. In estrema sintesi, sono questi alcuni dei dettami alla base della biodinamica, metodo di coltura alternativo fondato sulla visione antroposofica di Rudolf Steiner, filosofo, pedagogista, anche esoterista, a cavallo del XIX e XX secolo. Applicata al vino - oltre a precisi principi legati al compostaggio e alle fasi lunari - non prevede nessun ulteriore intervento in cantina per "aggiustare" il vino.
Da qui la nascita e la radicalizzazione di un confronto sempre più attuale tra i cosiddetti "vini veri" e quelli "costruiti" in cantina. E' negli ultimi anni che questa scienza (ma per alcuni solo una pseudo-scienza) sembra quasi essere diventata, più che un'esigenza o una scelta consapevole, quasi una moda: eventi dedicati, ristoratori sensibili e attenti, produttori illuminati. E il mondo del vino un terreno di scontro tra pasdaran del biodinamico ed enoappassionati dalla visione più laica. Ma la biodinamica è davvero l'unico e miglior modo possibile di produrre il vino? E non c'è il rischio (recente) che si perda il senso più autentico, come nelle semplificazioni di ogni pensiero quando diventa moda?

«E' un problema di comunicazione. E non parlo solo del giornalismo di settore, che però si pone spesso in maniera superficiale nei confronti della biodinamica. C'è molta confusione in proposito ed è tutto troppo gonfiato. La biodinamica non deve diventare il verbo. E' questo il trend negativo. Non dobbiamo essere noi a comunicare la nostra diversità ma gli altri, nel caso, a riconoscerla. Io credo fortemente che negli ultimi anni si è perso il gusto della diversità anche nel mondo del vino. Penso però, allo stesso tempo, che ci siano ottimi vini prodotti con i metodi tradizionali e, viceversa, vini naturali davvero troppo estremi. Un vino non deve mai farti impaurire».
A parlare è Elisabetta Foradori, da venticinque anni alla guida dell'azienda simbolo del Trentino, in tempi più recenti convertita - prima progressivamente e ormai sull'intera produzione, tanto da avere la certificazione ufficiale - alla biodinamica. «Circa sette anni fa, dopo essermi confrontata con i colleghi francesi – in particolare Marc Kreydenweiss, produttore alsaziano di Andlau – ho preso la decisione di iniziare a lavorare con il metodo biodinamico. C'era scarsità di vita nel suolo. E la pianta è come una persona. Se è in equilibro non si ammala. Serve un suolo vitale. L'agricoltura tradizionale rende il suolo sterile, uccide gli elementi attivi dell'humus. La biodinamica, a patto di applicare tutti i principi fondamentali, fa rinascere la terra e riesce ad esaltare le caratteristiche di un vitigno».
Elisabetta Foradori ha dedicato tutta la sua carriera proprio alle differenti caratteristiche dei vitigni di questo angolo di Trentino, alla tutela e alla valorizzazione, cioè, della biodiversità del Campo Rotaliano, bacino alluvionale del fiume Noce di soli 400 ettari: «Sono ormai tanti anni che lavoro sui cloni e sulla biodiversità del Teroldego. A partire dagli anni Settanta c'è stato un progressivo appiattimento su pochi cloni votati alla produttività. Oggi è per me è un grande orgoglio recuperare l'essenza della varietà e salvare quelle che erano fondamentalmente sparite. Il Trentino vantava una ricchezza come poche altre regioni. Purtroppo non è più così. E non parlo solo di vino. Anche la frutta si è ridotta a poche varietà che assicurano alta produttività. E' una perdita enorme in termini di tradizione e di diversità del territorio». Il risultato di tanti anni di lavoro è che oggi sono riconosciuti 15 biotipi, la base qualitativa dei vini Foradori.

Determinazione, passione, orgoglio. Un modo tutto femminile di intendere anche il vino. Nel mondo vitivinicolo italiano le quote rose sono particolarmente numerose e rappresentative. Ma non sono poi tante le autentiche "Signore del vino", se con questa definizione si vuole indicare le donne che sono state in grado, nel corso degli ultimi decenni, di far corrispondere il proprio nome non solo a un grande vino ma persino a un intero territorio. «Essere una donna nel mondo del vino per me ha sempre rappresentato un valore aggiunto - dice Elisabetta - Una donna che lavora con la terra e si occupa davvero di tutti i passaggi e le fasi della produzione, dalla vigna fino alla bottiglia. Ho un profondo senso di gratitudine per essere donna, per essere contadina, per essere viticoltrice».
Il lavoro di viticoltrice – sebbene fosse già scritto nel destino, come per la maggior parte dei figli di produttori – Elisabetta se l'è ritrovato addosso all'improvviso, prematuramente costretta dalla scomparsa del padre. «Nel 1984, molto giovane, ho preso in mano l'azienda con la prima vendemmia. All'inizio è stato davvero faticoso ma sentivo un obbligo morale nei confronti di mio padre». Un obbligo rispettato in pieno nell'essere riuscita, nel corso degli anni, a fare grande l'enologia trentina nel mondo.

Il Granato è "Il" Foradori per antonomasia – gli altri, pure ottimi, sono il Foradori (100% Teroldego Rotaliano, affinato dai 15 ai 18 mesi in legno) e il Myrto, unico bianco (uvaggio di sauvignon blanc e incrocio Manzoni) -, da sempre il cavallo di razza della scuderia: ancora Teroldego Rotaliano in purezza, da una zona di 8 ettari, affinato in legno dai 18 ai 20 mesi. Per capire come lavora Elisabetta basti dire che il 2005 non è uscito sul mercato, proprio perché era lei stessa la prima a non essere soddisfatta del risultato. Forse proprio il 2005, non felice di per sé, è stata l'annata di transizione rispetto all'«accellerazione biodinamica». E' con le vendemmie 2007 e 2008 che Elisabetta conferma di iniziare a sentire finalmente il vino che voleva: «E' quello che chiamo pura espressione del territorio. Ci si sente tutto quello che lo circonda. E' un vino con un'identità precisa, con un forte carattere. Un vino netto, minerale, che gioca in profondità e complessità. Dentro c'è la vita vissuta nella sua manifestazione più bella».
C'è una bella novità nel prossimo futuro produttivo dell'azienda: «Sto lavorando in collina, a Cognola, sulla Nosiola, unico vitigno autoctono vero del Trentino, a frutto bianco». Bisognerà attendere per un bel po' il risultato di questa nuova "missione". Senza fretta. Perché c'è da scommettere che dall'altra parte si aspetterà tutto il tempo necessario, perlomeno fino a quando non sarà la natura stessa a dare il benestare. Del resto «la natura va ascoltata e si imparano tante cose. Bisogna recuperare la lentezza in questo tempo senza tempo».

 

luxury24.ilsole24ore - luglio 2009.pdfScarica il file
torna alla rassegna <
torna alla rassegna < logo luxury 24_2.jpg
1319553651www. pagina.jpg
ita | eng