Rassegna Stampa

1 Gennaio 2008

Porthos n. 30 - Foradori, in continuo movimento

Conobbi il Granato nell’inverno del 1991, grazie a Piermario Meletti Cavallari, il proprietario del Podere Grattamacco. Eravamo alla fine di una lunga giornata di visite e assaggi, la nostra bocca era stata messa alla prova dal rovere e dalla concentrazione dei vini bolgheresi, ma lui insisteva perché facessimo uno sforzo; insensibile alla stanchezza voleva aprire un’ultima bottiglia, per discutere su questa novità assoluta, un Teroldego “importante”, un vino pieno di ambizioni e che aspirava a invecchiare. Nessuno sapeva cosa aspettarsi e per me il vino del Campo Rotaliano era una bella storia da raccontare ai corsi, visto che il più celebre di allora, quello del Barone de Cles, faticava a essere distribuito sotto una certa latitudine. Sapevo di questa pianura incastonata tra le montagne, avevo letto che bastavano poche ore di cammino per girarla tutta, ma non ero mai riuscito a collegare le immagini della terra e dei sassi viste sui libri con gli esemplari che avevo degustato nelle fiere; almeno fino a quella sera. Il Granato 1988 uscì lentamente dal suo guscio scuro, il profumo esprimeva ritrosia, temeva forse di finire nei nasi sbagliati… Il sapore chiarì di quale fibra fosse fatto il Teroldego e quanto appartenesse al suo luogo di nascita.

A quel tempo non sapevo chi fosse il Foradori che si celava dietro quell’etichetta minimale. Solo l’anno dopo sentì parlare di Elisabetta e non fu grazie al suo talento di produttrice. Un amico, per descriverne l’avvenenza fisica, il carattere, lo sguardo e il fascino coinvolgente, mi disse che, durante una visita in cantina, la sua fantasia era possederla lì, tra le barrique. Incontrai la Foradori nel 1993 e, da quella volta, in decine di altre occasioni durante le quali ci siamo confrontati su tutti gli argomenti, il vino, la cantina, la famiglia, la sua mania di sperimentare vitigni diversi e il lascito di suo padre; ma si può ben immaginare che ogni volta uno dei miei pensieri andasse all’affermazione del mio amico. Quando le raccontai l’episodio, durante l’intervista pubblicata su Porthos 1, Elisabetta mi disse che essere una “donna del vino” non era poi così complicato, la parte difficile non era tenere a bada gli occasionali spasimanti, quanto non farli sentire in imbarazzo di fronte alla sua intelligenza.

I punti fermi

(sandro) Theo e Myrtha non ci sono?

(elisabetta) Sono a Bolzano. Myrtha deve studiare violoncello e Theo deve fare una visita perché si è fatto male ad una gamba, per il resto sta bene, ha la fidanzata… la morosa. Si fanno i cavoli loro. Sono un po’ sgangherati e quando vengono qui si annoiano. Per Emilio è diverso.

(sandro) A un certo punto lo riscopriranno, è inevitabile.

(elisabetta) Mah, loro tre sono cresciuti qui. Per andare all’asilo e poi a scuola veniva a prenderli un pulmino che passava sulla strada qui sotto: ricordo che mi mettevo alla finestra a osservare questi tre trappolotti di tre, quattro e cinque anni che facevano questa stradina accompagnati dal cane; d’inverno spesso c’era la neve. Che tempi. Belli.

(sandro) Loro uscivano, tu prendevi la macchina e andavi giù.

(elisabetta) Andavo al lavoro. Quindici anni fa i ritmi erano più umani.

(sandro) Sei diventata imprenditrice, non sei contenta?

(elisabetta) Non vorrei toccare questo tasto.

(sandro) Forse, però, è meglio che lo tocchiamo.

(elisabetta) Ho molti dubbi su questo modo di condurre la nostra professione in aziende medio-piccole.

(sandro) Cosa vuoi dire, che hai sbagliato a fare questo investimento?

(elisabetta) L’ho dovuto fare. Vent’anni fa il Teroldego era sconosciuto e certo non mi venivano a cercare. Io ho iniziato a lavorare nel 1984 dedicandomi alla vigna, dove c’era tanto da fare. Producevamo il vino da pasto, due o tre bottiglie di pregio e poi quelle per i bar, per il consumo locale: il mercato era il Trentino e il Teroldego era venduto solo qui. Nel ’94-’95 le cose si sono intasate: ha cominciato a esserci il Granato e il Teroldego ha acquisito un profilo più autorevole e ambizioso, ma non lo voleva nessuno. Ho dovuto iniziare a venderlo. All’inizio da sola, poi ci sono stati i primi agenti in Italia e un distributore negli Stati Uniti – la vias – che già vent’anni fa importava Teroldego e Marzemino e che ci ha aiutato molto. E’ una ruota che gira, gira, gira.

(sandro) Un vortice.

(elisabetta) Si, un vortice. Senti che c’è una sostanza profonda, il recupero di una varietà, di un vitigno dal grande potenziale che in quel momento era morto. E’ una radice profonda che mi lega alla mia storia: dopo vent’anni di lavoro senti di aver creato qualcosa ma avverti anche la frustrazione di aver sempre meno tempo da dedicare alle cose vere.

(sandro) Cosa sta succedendo?

(elisabetta) Me lo chiedo da tempo. Già da anni sto affrontando i temi della viticoltura biodinamica, teoreticamente più cosciente, e da tre-quattro anni li sto applicando. Ho avuto l’immensa gioia di rivedere cose che si erano perse, che mi ricordano quando ero bambina, ho ritrovato un istinto naturale, primordiale che avevo dentro che, travolto dagli eventi, si era un po’ assopito. Penso che sia un problema di tanti produttori, no?

(sandro) Travolto dalla tecnica?

(elisabetta) Dalla tecnica e soprattutto dal dover gestire una situazione aziendale, perché alla fine siamo aziende.

(sandro) Ma il Granato non lo avresti venduto se non avessi fatto i tuoi giri?

(elisabetta) Il primo Granato è stato prodotto nell’86 e quindi è uscito sul mercato più o meno tre anni dopo. Non lo voleva nessuno, non l’avrei venduto. Poi c’è sempre l’associazione al produttore, alla sua immagine, questa sorta di connubio vino-persona. Questo, ripeto, per un vitigno semisconosciuto in una situazione come quella del Trentino, così lontana dai progressi fatti dalle altre regioni sulle varietà autoctone e sulla qualità.

(sandro) Sei convinta che abbiano fatto questi progressi?

(elisabetta) Un pochino sì. In Piemonte almeno trovi un gruppettino di produttori che hanno fatto un certo tipo di lavoro.

(sandro) Secondo me, ti senti un po’ sola...

(elisabetta) Sì, questo è il problema, anche perché essere soli vuol dire faticare comunque sempre.

(sandro) Non voglio abbandonare un solco che stavi tracciando sul come ti rivedi ad anni di distanza. Tu sei del 1965, vero?

(elisabetta) Sì.

(sandro) Quindi nel ’99, quando ci siamo incontrati per la prima intervista, tu avevi 34 anni e mezzo. Eri una ragazzina, no?

(elisabetta) Avevo già quattordici vendemmie sulle spalle, anzi quindici.

(sandro) Esatto! Già sembravi una produttrice collaudata, esperta, sicura. Da allora sono passati sette anni; per una persona che ne aveva trentacinque sono tanti e assumono un significato ancora più forte se pensiamo al terremoto generazionale che ha vissuto il vino italiano in questo periodo. Tu avevi già un successo incredibile e mi raccontavi di alcune certezze. Poi ci siamo incontrati l’anno scorso e ti ho letto negli occhi che certe cose non me le avresti più dette e, ancora dopo, alla consegna dei premi di Bibenda, sei stata esplicita e mi hai detto: «Sandro dobbiamo parlare, perché io non sono più sicura, non sono più sicura di niente».

(elisabetta) Ci sono dei punti fondamentali che sono gli stessi di sette anni fa e sono quelli che mi continuano a dare la gioia di produrre.

(sandro) Me li dici?

Il recupero della varietà

(elisabetta) Il recupero della varietà. Attraverso il lavoro prima di selezione massale e poi del suo affinamento, mirando a individuare i diversi biotipi: oggi sono arrivata ad avere nei cloni quindici qualità di Teroldego. Una famigliola, la base genetica e fondamentale su cui sto lavorando e con cui ho impiantato gran parte dei miei vigneti.

(sandro) Sei consapevole che di questo sforzo stai solo osservando le premesse e che il vino lo farà tuo figlio Emilio?

(elisabetta) Ne sono consapevole e sono felice, perché è la partenza di una potenziale rinascita del Teroldego.

(sandro) In questi anni hai prodotto solo in vigneti di proprietà?

(elisabetta) No.

(sandro) Come ti sei regolata con i vigneti dove c’era un sacco di robaccia?

(elisabetta) Io produco su sedici ettari di cui tre sono vecchie viti a pergola che, anche se sono in affitto, è come se fossero mie. Mentre i dodici di proprietà sono tutti stati ripiantati a guyot. Le vecchie pergole non sono di selezione clonale.

(sandro) Che immagino tu abbia pagato di più perché altrimenti verrebbe naturale impiantarli con i nuovi cloni, vero?

(elisabetta) Ma questa è solo una questione di pecunia, di moneta.

(sandro) Non li hai fatti reimpiantare e non li hanno reimpiantati con i cloni terribili, ma li hai comunque fatti lasciare in pergola.

(elisabetta) Sì, i proprietari non avrebbero reimpiantato perché sono vigneti che producono.

(sandro) E’ un’esperienza interessante...

(elisabetta) All’inizio pensavo di sì. Adesso è un’inutile esperienza: la pergola è una forma di allevamento produttiva e il Teroldego è un vitigno abbastanza generoso, quindi devi sempre intervenire con il diradamento, che è una castrazione della pianta.

(sandro) Questa cosa già me la dicevi nella prima intervista. Quando tutti si riempivano la bocca con i diradamenti, tu sostenevi che bisogna farci attenzione e che, dove è possibile, è sempre meglio evitarli.

(elisabetta) E’ un ripiego, una forzatura della pianta. Lo è in qualsiasi forma, ma sulla pergola ancor di più perché, ad esempio, noi finiamo per diradare il 40 per cento.

(sandro) Non si riesce a limitare la produzione in potatura?

(elisabetta) No, perché il Teroldego ha un certo tipo di vigoria, ha gli internodi lunghi e per abbassare la vigoria devi lasciare più tralci quindi comunque c’è tanta uva che poi inevitabilmente devi togliere.

(sandro) E questi sono sedici ettari, poi?

(elisabetta) C’è un ragazzo molto bravo, figlio di un contadino, che ha sempre lavorato con mio padre. Ha della pergola, che però è straordinaria e include anche delle vecchie vigne. Lui sta convertendo tutto alla biodinamica e io gli compro l’uva, pagandola a ettaro in modo da tenere sotto controllo la produzione. Poi ho da poco preso in affitto per venticinque anni una vigna di otto ettari in località Cognola, si chiama Fontanasanta. E’ un collina sopra Trento, un luogo storico per il Teroldego dove lavorano in biologico da tempo. Prima avevo altri quattro ettari, anche questi straordinari, che sono dell’azienda Barone de Cles che ha le vigne nei posti più belli, dove il Teroldego ha le maggiori potenzialità.

(sandro) E che ci facevi con questi altri quattro ettari?

(elisabetta) Compravo l’uva.

(sandro) Dal Barone de Cles? Non l’hai mai detto a nessuno, non l’ho mai letto.

(elisabetta) Ma non è interessante.

(sandro) E’ interessantissimo!

(elisabetta) E’ un’azienda che ha un potenziale incredibile perché ha tutte le vigne sul vecchio letto del Noce, che è il fiume che ha formato il Campo Rotaliano, quindi sulla pura ghiaia con ciottoli e sassi a terra.

(sandro) Quindi tu arrivi a lavorare ventotto ettari?

(elisabetta) Ne lavoro direttamente ventiquattro: sto cercando di gestire direttamente tutto, altrimenti mi è difficile capire se le cose stanno cambiando come voglio io.

(sandro) Altrimenti comincerai ad avere delle notevoli differenze.

(elisabetta) Acquistare terra in Campo Rotaliano è impossibile: c’è poca disponibilità, i prezzi sono altissimi ed è tutta molto frazionata. La storia del Teroldego è quella di un vitigno di grande importanza per l’economia dei paesi di Mezzolombardo e Mezzocorona. Nel Settecento e nell’Ottocento era il grande vino rosso dell’impero Austro-Ungarico, era mandato in barrique a Vienna e nel Tirolo in grandi quantità.

(sandro) C’erano più vigneti dei 450 ettari attuali?

(elisabetta) No. Erano più bravi e nelle zone marginali, dove adesso gli altri piantano Teroldego, loro piantavano rossara, pavana – uve per fare il vino di casa – a cui poi facevano la passada, cioè li ributtavano sulla vinaccia del Teroldego dove rifermentavano e prendevano colore. L’economia locale era basata su cantine private e Mezzolombardo ha ancora molte case con delle magnifiche cantine che purtroppo ora sono chiuse, perché l’annessione all’Italia ha fatto crollare una modalità di scambio che prima era fluida.

(sandro) Ci avete rimesso.

(elisabetta) Ci abbiamo rimesso [ride] e tutto è crollato. Mio nonno, ad esempio, ha comprato l’azienda alla fine degli anni venti in seguito a un fallimento. Poche aziende sono rimaste integre, le altre si sono tutte smembrate: fallimenti, continue vendite, infiniti frazionamenti... oggi che la proprietà media è di un ettaro. Da questa situazione è nata la cooperazione su tutto il Trentino, che ha avuto anche un ruolo sociale importante.

(sandro) E la tua azienda si è salvata?

(elisabetta) Attenzione, la mia azienda era autosufficiente: c’era la stalla, c’erano le mucche, nei terreni meno vocati c’erano patate e mais e poi c’era il vino che era venduto in damigiane. Mio nonno era avvocato, ha fatto anche il sindaco, dell’azienda si occupava poco. Vivacchiava attorno a questa cosa. Poi mio padre ha studiato a Conegliano e da enologo ha cominciato a fare le cose in un certo modo; nei primi anni cinquanta, ha iniziato ad imbottigliare il Teroldego Foradori. Purtroppo le mucche sono sparite verso la fine degli anni sessanta.

(sandro) Dal tuo racconto sembra che il Teroldego non si sia più ripreso dalla separazione dall’Austria. L’Italia non l’ha ancora accolto, non l’ha accettato.

(elisabetta) Nel 1874 è nato l’istituto di San Michele, fondato dagli austriaci. Figura chiave è stato il professor Edmund Mach che ha scritto – in tedesco e in austriaco un po’ gotico – delle cose straordinarie sul Teroldego. Aveva raccolto in un giardino ampelografico tutte le varietà autoctone, ben più dei poveri Teroldego, Marzemino, Nosiola attuali; aveva sperimentato anche varietà “estere” e varietà di frutta che ormai sono sparite. Di tutto questo, oggi, all’istituto agrario non c’è nulla.

(sandro) Descrivi un crollo verticale di varietà, di dedizione nei confronti dei vigneti. Ti rendi conto che sei di passaggio, che la tua vita lavorativa è di passaggio? Tu rappresenti circa il 5 per cento del territorio e in questo sforzo di recupero sei sola. Non ci sono altre persone che cercano di seguirti, anzi la maggioranza sembra andare in senso contrario.

(elisabetta) Eticamente, da produttrice viticola, sono in pace con me stessa. Dopo, spero che i giovani, i miei figli raccolgano questa eredità.

(sandro) Nessuno dei tre frequenta San Michele?

(elisabetta) No e non è neanche importante che lo facciano. Certo, in effetti, non c’è nessun tipo di reazione a questo mio lavoro.

(sandro) Non c’è dialogo tra i produttori su questo?

(elisabetta) La Cantina di Mezzolombardo ha iniziato a fare i diradamenti all’interno di un programma chiamato “progetto qualità”, come se fosse la gran rivoluzione, la scoperta dell’energia elettrica! Mezzocorona, invece, ha scoperto che bisogna tagliare le punte dei grappoli e quindi ora, se li guardi, sembrano tutti monconi... Assurdo. Certo, bisogna essere consapevoli che il 90 per cento del Teroldego è in mano a queste aziende. Poi c’è il Barone de Cles – il produttore con maggior superficie vitata – dove, grazie anche a un passaggio generazionale, riusciamo a comunicare e, ad esempio, hanno impiantato anche a guyot. Il resto è composto da piccoli appezzamenti. Si dovrebbe partire da loro, dalla cooperazione, oppure dalla coscienza di qualche giovane che promuove un’associazione, una bella minicooperativa, una massa critica. Altrimenti con uno o due ettari che fai?

Dentro e fuori

(elisabetta) Io sono convinta che il Teroldego abbia espresso solo il 60 per cento delle sue potenzialità. Anche le vigne che ho piantato io sono troppo giovani.

(sandro) Stai quasi rischiando un passo indietro o sbaglio? Hai aumentato la base di estrazione dell’uva e alcuni vigneti non sono ancora arrivati a esprimere tutto il loro potenziale.

(elisabetta) Infatti. Però questi vengono sempre declassati e le uve che producono vengono messe nel Foradori. Le vigne del Granato hanno meno di vent’anni: le prime due sono dell’86-’87, mentre un altro paio ha dieci anni.

(sandro) C’è qualcosa che ti rimproveri, che non rifaresti più come quando hai cominciato?

(elisabetta) Piccoli errori si commettono sempre, ma io mi sono concentrata da subito sul recupero della genetica facendo, parallelamente, una viticoltura tradizionale, tradizionale per i nostri tempi, con chimica non aggressiva ma comunque con un po’ di chimica. Mi rimprovero di non aver fatto dall’inizio una viticoltura naturale, perché avrei sicuramente aiutato le mie piante a sprofondare le radici e ad andare a raccogliere ancor di più la mineralità e l’essenza del terroir.

(sandro) Per esempio, nella scelta dei portainnesti?

(elisabetta) Ah no, io sono andata subito con riparia e successivamente con 101/14, che è un riparia rupestris.

(sandro) Quindi non hai niente da rimproverarti dal punto di vista delle piante che hai messo giù.

(elisabetta) No.

(sandro) Aver messo altre varietà ti ha distratto, disturbato?

(elisabetta) Ma no, era un giochetto! Comunque, il confronto tra i momenti di maturazione e tra gli estratti mi è stato utile, fra l’altro adesso li ho tolti tutti. Conservo l’Incrocio Manzoni, che sto ampliando, e il Sauvignon.

(sandro)E il Pinot bianco?

(elisabetta) L’ho tolto l’anno scorso: avevo piantato due cloni poco brillanti.

(sandro)Io ho amato il tuo pinot bianco. Mi racconti come è cambiato il Mirto?

(elisabetta)Nei primi anni c’era un po’ di Chardonnay, poi è rimasto solo Pinot Bianco e Sauvignon; quando ho impiantato Incrocio Manzoni l’ho aggiunto all’uvaggio eliminando lo Chardonnay e ora è solo Sauvignon e Incrocio Manzoni. In realtà, per un periodo è stato anche Sauvignon in purezza!

(sandro) Ricordo una cosa interessante del ’99: il Sauvignon aveva un ruolo decisamente maturo, non eccessivamente verde e non troppo pipì di gatto.

(elisabetta) Cosa che i nostri tendono ad avere.

(sandro) Infatti nel 2002 questa cosa è un po’ più spiccata.

(elisabetta) E’ un’annata più fredda.

(sandro) Il 2002 è un vino più elegante, però dà la sensazione di fermarsi su se stesso mentre il ’99 è straordinario.

(elisabetta) Devo dire che l’assunto “Foradori = Teroldego” mi penalizza perché spesso la gente non sa nemmeno che faccio un vino bianco. Ma non è un problema.

(sandro) Quante bottiglie ne fai?

(elisabetta) Tra le dodici e le quindicimila: poche.

(sandro) E in totale quante bottiglie fa la Foradori?

(elisabetta) Le stesse che faceva otto anni fa: quasi duecentomila. Centotrentamila di Foradori, quaranta-cinquantamila di Granato e il resto è Mirto.

(sandro) Il Granato è sempre stato così tanto?

(elisabetta)No, è cresciuto man mano che entravano i vigneti. Adesso ce ne sono cinque più un altro ettaro e mezzo che è troppo giovane; comunque la produzione non crescerà ulteriormente.

(sandro) Finora abbiamo analizzato due punti fermi, ma cosa sta cambiando ora?

(elisabetta) La viticoltura naturale e l’enologia di cui sto rivedendo tante cose. Ad esempio non posso più vedere il legno nuovo, sto tornando piano piano al cemento.

(sandro) E’ l’enologia che ti fa travagliare di più?

(elisabetta) Mi piace meno, paradossalmente. Negli ultimi anni è stata trapassata, ancor più della vigna, da cambiamenti, movimenti, tecnica, aggiunte. In vigna credo ci siano delle certezze, dei valori fondamentali da cui non si può scappare; l’enologia, invece, l’ho vissuta spesso in modo traumatico e tutto quello che ho imparato l’ho preso e buttato via. E tutti questi ragazzi che vengono, vogliono fare gli enologi, vogliono andare in cantina... mai nessuno che mi chieda di andare in campagna. Per me, il momento più emozionante è sempre quello in cui senti l’odore della prima vasca che fermenta, la tensione della vinificazione: è un rinascere, rivivere e riviversi confrontandosi con una cosa che non puoi fermare. E’ la natura.

(sandro) Con i lieviti come fai?

(elisabetta) Non uso lieviti da due anni. E’ un’attesa. Per esempio, il 2005 è stata un’annata per me difficilissima: non farò il Granato, anche se dalla delusione iniziale ha vissuto una trasformazione come non avevo mai visto. E’ stata una rivelazione!

(sandro) Cos’è che non ti piace del lavoro del produttore?

(elisabetta) Quello di cui abbiamo parlato all’inizio: il doversi dividere in modo esasperato, il sentirsi dentro un vortice.

(sandro) Vuoi dire che non ti muoveresti più da casa?

(elisabetta) E’ così.

(sandro) E come concili questa tua esigenza con quello che stai facendo in Toscana?

(elisabetta) Sto vivendo l’esperienza di Roccatederighi soprattutto da viticola e da enologo, mi ha arricchito tantissimo e per certi versi mi sono rimessa in discussione in un ambiente diverso. Ho riaffrontato i temi della viticoltura da zero con una visione allargata e mi sta dando moltissimo anche per il mio lavoro a Mezzolombardo. Poi il mio Trentino è un po’ asfittico, al di là della montagna e della chiusura. Ha una mentalità che ti castra. Foradori ha messo delle radici, ha fatto dei cambiamenti che sono in divenire e ora si tratta solo di aspettare che il tempo faccia maturare le vigne. Io in questo modo sono semplicemente uscita, ho aperto una nuova finestra e mi sono caricata le batterie facendo una cosa diversa.

Lo Sgarzon

(sandro) Ti manca lo Sgarzon?

(elisabetta) Mi manca e lo sto rifacendo.

(sandro) Tu vorresti che il base, dal punto di vista qualitativo, diventasse ciò che è stato lo Sgarzon, un punto di riferimento. Vero?

(elisabetta) Lo sta diventando.

(sandro) Quindi sei contenta di quello che sta succedendo al tuo Teroldego?

(elisabetta) Si, però devo ancora ritararmi.

(sandro) Dal punto di vista della vinificazione?

(elisabetta) No, soprattutto nell’uso del legno.

(sandro) Ti ha tradito il legno, vero?

(elisabetta) Sì, mi ha stancato, ma anche io ho sbagliato.

(sandro) Ho la sensazione che ti senta più tradita.

(elisabetta) Al di là della qualità del legno, è sempre una cosa complicata e forse in qualche annata non c’era ancora la fittezza necessaria per sopportare determinati tipi di legno, c’è stata un po’ di leggerezza.

(sandro) E la non conoscenza? C’è stata da parte di molti produttori un po’ di incoscienza pensando che il legno in fondo...

(elisabetta) La cosa bella dopo aver fatto questo percorso viticolo è vedere la crescita straordinaria della fittezza del vino e capire che il ruolo del legno è veramente... Non che non ci debba essere, però ora mi sta dando fastidio anche l’acciaio!

(sandro) Come mai?

(elisabetta) Perché è freddo. In realtà nell’acciaio ci vinifico solo; una parte del Foradori ci fa la malolattica perché non ho posto per fargliela fare tutta in legno, poi inizia a puzzare perché il Teroldego...

(sandro) E’ viscerale quando va in riduzione.

(elisabetta) Si, è tremendo. Poi avendo fatto queste esperienze parallele con altri vitigni, posso dire che fare uno Shiraz o un Cabernet è una passeggiata.

(sandro) Il Teroldego è speciale.

(elisabetta) Piuttosto io andrei sulla botte grande. Quest’anno non ce l’ho fatta ad utilizzare il cemento, perché ho due vasche troppo grandi e s’incasinano le fermentazioni, mi si cuoceva il vino dentro. Il prossimo anno ricomincerò con vasche piccole, le ho già individuate, potrà essere anche un ottimo contenitore per tenerci una parte del Foradori.

La degustazione

(elisabetta) Lo Sgarzon ’91 aveva un po’ di legno nuovo, forse il 10 per cento. Non è stata un’annata calda, il ’90 lo è stata, come il 2000. Un’annata pacchiona! Nel ’91 ha grandinato a metà agosto, anche sul Granato... ha fatto un ulteriore diradamento, un casino.

(sandro) Però il ’91 è stato la rivelazione dello Sgarzon. Sta elaborando una complessità niente male.

(giampi) Ha un sentore di marinella.

(sandro) Cosa?

(giampi) La marinella è una specie di ciliegia selvatica che cresce nei boschi, dal gusto acidulo e finale amaro.

(elisabetta) Si mette anche sotto alcol, sotto grappa, hai ragione, la sento anch’io.

(sandro) mi metti un po’ di ’96 perché ho il bicchiere sfigato, si sente il legno, sembra essere stato in credenza. Il ’96 l’ho bevuto troppe volte recentemente, è un vino immobile, corale. Sembra quasi appena fatto, quando al corso ho detto che era un vino di dieci anni alcune persone sono cadute dalla sedia!

(elisabetta) ’96 di Sgarzon?

(sandro) Si, ho ancora delle magnum.

(elisabetta) Che bello! Il ’96 piace tanto anche a me.

(sandro) Il legno è più evidente che negli altri due. E’ possibile che tu qui abbia anche percepito le ambizioni del vino?

(elisabetta) No. E’ sicuramente un fatto casuale, ci può essere una barrique più tostata. Questa è una grande, grandissima difficoltà: io so che legno voglio e so che spesso non lo ricevo. Questo vino scappa dalle tostature, rifugge da legni grezzi e vuole un tocco delicatissimo, una carezza, quasi non vorrebbe la tostatura.

(sandro) Qual è il vino dei tre che tu colleghi di più alla tua idea di Teroldego, che hai dentro in profondità?

(elisabetta) Il ’96. Il 91 ha una leggera aggressività, un po’ spocchiosa, di tannino...

(sandro) Non completamente maturo. Nel senso che non maturerà mai?

(elisabetta) Non maturerà mai. Lo so bene, poi subentra tutto un processo ossidativo, i tannini verdi, questa acidità viene accentuata.

(sandro) Sì. Conservano solo se stessi e non riescono a collaborare con il resto del vino. C’è una differenza qualitativa importante tra ’90, ’91 e ’96 e non è soltanto una questione di età.

(elisabetta) E’ una questione di maturità della vigna. Poi è sicuramente fondamentale l’annata. Amo il ’96 da sempre.

(sandro) Hai mai fatto degli esperimenti di contaminazione, cioè hai mai messo assieme al Teroldego altre specialità, anche solo per te stessa, per provare la sinergia del Teroldego?

(elisabetta) No, perché erano troppo lontane le maturità dei tannini, al di là della varietà.

(sandro) Il ’96 è quello dei tre che si beve con più piacere. Mi sembra che tu stia perseguendo un obiettivo piuttosto chiaro, cioè togliere al Teroldego alcuni aspetti amari e verdi che lo hanno caratterizzato nella seconda parte del secolo.

(elisabetta) Sì, ma anche un’altra cosa che vedremo nelle annate più recenti: il fruttone che è una noia mortale!

(sandro) Che lo banalizza.

(elisabetta) Sì, in gioventù sì. E’ una caratteristica varietale, ma credo che sia la viticoltura, sia la vinificazione possano attenuarne l’impatto.

(sandro) Considerato che il Teroldego non ha un patrimonio varietale spiccato, l’obiettivo dovrebbe essere far emergere un luogo e le sue caratteristiche. Questo è quello che si sente nel ’96. Quando lo deglutisci, ti lascia tra i denti la sensazione dell’acqua passata sui sassi, come quando bevi l’acqua in montagna e ti accorgi che c’è una leggerissima polvere. Ti da questa idea sassosa?

(elisabetta) E’ quello che è lui, no? Stiamo parlando di una varietà che ha ancora tanto da dire e che ha ancora i suoi limiti, no?

(sandro) Il ’96 è stata l’ultima annata di Sgarzon? Hai chiuso in bellezza. Anche il ’91 ha il suo fascino, ma ha una parte non risolta.

(elisabetta) Lo stesso vale anche per il Granato ’91. Sono stati i due vini che mi hanno buttato nella mischia.

(giampi) Il Granato ’91 è stato il primo tre bicchieri?

(elisabetta) Sì.

(sandro) Lo Sgarzon ’96 l’ho premiato io.

(juan-pablo) Il povero ’90 è piaciuto solo a me.

(emilio) E a me.

(sandro) Cosa ti è piaciuto?

(juan-pablo) Ha un approccio molto gentile, lento e sottile. Ci sono frutti rossi piccoli e una tensione perentoria ma non violenta, che poggia su sentori di ruggine e sangue. Un ritorno pulito della nota balsamica e amara di tarassaco.

(giampi) Non lo trovi eccessivo quell’amaro finale?

(juan-pablo) E’ una cosa che mi affascina molto.

(sandro) Non hai fatto caso agli aspetti chimici del naso, dovuti a questa etereità che si è mangiata tutta l’energia minerale? Il ricordo che mi dà il ’90 è di frutta sintetica, come se il calore l’avesse cotto, facendolo diventare caricaturale. Sono contento che tu abbia sentito queste cose che io non ho sentito, però poteva essere una sensazione iniziale, alla distanza il vino ha mollato.

(elisabetta) Il 2001 sa di chewing gum...

(sandro) Ecco, per esempio, il ’98 è, come dici tu, un vino fragile.

(elisabetta) E’ un’annata piccolina.

(sandro) Lo senti? Ci sono le cose che tu hai descritto prima, la leggera ferrosità.

(juan-pablo) Questa cosa è simpatica. perché io ho avuto più la sensazione di quello di cui parlava lei, del fruttone che sta lì e s’impone. Certo è fragile, però il frutto si è quasi impossessato del naso.

(elisabetta) Questo ’99, vorrei aprirne un’altra bottiglia.

(giampi) Sono d’accordo, lo sento come ridotto.

(sandro) Non è la riduzione Giampi, lei è convinta che sia un po’ slabbrato, lo senti già avanti?

(giampi) Più che avanti, lo sento compresso, stenta ad uscire.

(sandro) E’ già uscito, senti come scorre velocemente in bocca? Senti quest’altro.

(giampi) E’ diverso, vero!

(sandro) Te ne accorgi nella persistenza gusto-olfattiva, quando il vino va via ha la forza di rimanere.

(sandro) E’ un vino serio questo.

(elisabetta) E’ un altro tappo. Un’altra marca.

(giampi) Sento un problema di tappo nel primo.

(elisabetta) Sì, lo secca.

(giampi) Non è muffa ma compromette il vino. La seconda bottiglia è completamente diversa, ha un’altra dinamica.

(eisabetta) Il ’99 è stata un’annata molto buona.

(sandro) Per me va recuperato il ’98: nella sua debolezza, nel suo essere minore è un vino molto Foradori. Tu hai la tendenza a fare il vino che chiude sempre bene e in quest’annata la tendenza è accentuata, ma sta bene.

(elisabetta) Io cambierei anche il 2001. Ha bisogno di tantissimo tempo per aprirsi. [lungo silenzio] Il 2000 ritorna ancora. E’ un vino che oggi costa otto euro, usciva a cinque-sei mila lire.

(sandro) Hai sentito il ’99? E’ buono. L’hai assaggiato bene?

(elisabetta) E’ cambiato ancora.

(sandro) Secondo me è più autorevole: il 2001 scherza ancora, non è immaturo ma è un po’ superficiale.

(giampi) Mi pare che pinotteggi.

(sandro) Diversi suoi Teroldego pinotteggiano.

(emilio) Io non digerisco il 2002, non mi piace assolutamente, è uguale al Granato, uguale, uguale.

(sandro) Sai che penso io del 2002? Io capisco la tua avversione, è comprensibile perché il Granato è un vino ambizioso. Questo, invece, è un vino che ha un’altra dimensione. E’ come se fosse consapevole dei propri limiti, infatti è buono, è un vino riuscito. Tra il 2002 e il 2003 non c’è paragone: il 2002 sta elaborando una complessità odorosa veramente notevole.

(elisabetta) La mia mano in cantina è la stessa.

(sandro) Però nel 2003 non ci potevi fare niente, il 2003 è una zoccola.

(elisabetta) [ride] Il 2003 lo detesto, neanche il Granato mi piace del 2003.

Pergola e guyot

(sandro) stavo riflettendo su una cosa: se il Campo Rotaliano diventasse una grande distesa di vigneti a guyot, si riuscirebbe a tenere una dimensione del Teroldego vicina a quella del Foradori e del Granato? L’impostazione a guyot vede comunque un arricchimento, una concentrazione delle uve Teroldego. Si riuscirebbe a mantenere una dimensione vivibile e accessibile del vino, evitando di infilarsi nel famoso imbuto dei vini superbuoni, superpreziosi, superambiziosi?

(elisabetta) Il guyot è una forma di allevamento applicata a tanta viticoltura in tutto il mondo, non è una cosa più costosa o meno costosa, è solo un’impostazione mentale a lavorare in un certo modo, quindi non è limitante nel prezzo, si può giocare sulle rese. Questo è il punto che fa la differenza, assieme ad altri fattori come ad esempio la diversità dei siti: il Campo Rotaliano è una pianura piccola, però i vecchi e noi che ci lavoriamo sappiamo benissimo quali sono i terreni da cui può originarsi l’alta qualità o dove sono i più profondi e sabbiosi e il terreno è più freddo. Il grande Teroldego si ha dai terreni sassosi, dove la ghiaia quasi affiora: è l’area del vecchio alveo del Noce, sono zone relativamente piccole.

(sandro) Era quello che speravo mi dicessi: è la terra che crea una gerarchia tra i vini. Però, se tu dovessi mostrarmi due grappoli presi dai due posti dove fai il Foradori e il Granato, che cosa mi diresti per spiegarmi la differenza?

(elisabetta) L’uva la devi assaggiare, ha una densità, un gusto, uno spessore diversi. E’ come assaggiare una mela che cresce in alta montagna e una che cresce in pianura: la differenza è nella consistenza. Lo spessore della buccia, le dimensioni e la forma del grappolo sono cose meno importanti, perché tutto questo lavoro di selezione, di recupero della biodiversità lascia una certa traccia. Quindi, il grappolo del Foradori non è più grosso o più grande di quello del Granato, ma ha una consistenza e una tessitura della buccia diverse.

(sandro) E i vinaccioli?

(elisabetta) Quando l’uva è matura sono abbastanza simili.

(sandro) Si possono mangiare, si possono masticare?

(elisabetta) Sì.

(sandro) Fanno parte della vinificazione?

(elisabetta) Certo, non vengono esclusi. Con tutti i rischi, perché noi siamo molto a Nord, facciamo un vino rosso e qualche volta, anche se lo lasci fino a dicembre, non matura. Io però voglio che la vigna si esprima comunque, anche con qualche errore ogni tanto!

(sandro) L’hai detto anche nella prima intervista, sul numero uno. Sei stata la prima persona a parlarmi di sana irregolarità.

(elisabetta) Che bello, che bello, che bello!

(sandro) A quel tempo erano cose che nessuno si sognava di dire e l’abbiamo detto noi per primi.

(elisabetta) A me viene relativamente facile perché lascio che sia la natura a lavorare. Non ho mai cercato di forzare la mano, però ci sono dei modi di vinificare che possono attenuare la tipicità dell’annata: non si tratta di aggiungere o togliere, ma mi riferisco, ad esempio, alla permanenza sulle bucce.

(sandro) Ma la pergola come nasce, qual è l’esigenza che la sostiene? Quando il Trentino era parte dell’impero austro-ungarico, era pieno di pergole?

(elisabetta) Il vecchio vigneto trentino non era una pergola. Nel Quattrocento e nel Cinquecento era un fittissimo giardino molto irregolare.

(sandro) Come tutti i vigneti romani.

(elisabetta) Con la vite legata ai pali.

(sandro) Un alberello?

(elisabetta) Un alberello esteso in verticale. Ci sono degli affreschi al Castello del Buon Consiglio, dove puoi vedere le vigne. Fantastico! E’ ovvio che più vigne corrisponde a più uva e poi considerato che venivano raccolte a mano, non c’era la necessità di fare pergole. Non ho un’idea precisa di quando ci sia stato il passaggio tra i due impianti. La pergola in collina ha un suo senso: è meno dannosa perché sui pendii ripidi si lavora a mano e l’impianto si presenta come una specie di guyot appoggiato a un tettuccio. C’è meno vigoria ma non ha un impatto negativo, in pianura invece è un tendone e la qualità non si può fare.

(sandro) La pergola nelle colline morbide e nelle pianure dell’Abruzzo è fondamentale perché il Trebbiano altrimenti si brucia, serve per fare dei vini eleganti ed equilibrati, questo ha sostenuto Valentini quando lo abbiamo intervistato. Per loro non ha senso fare il guyot.

(elisabetta) Perché è una viticoltura etrusca.

(sandro) E’ una viticoltura consapevole. Tiene conto che un’estrema esposizione al sole rischia di portare dei danni non indifferenti. Inoltre, Valentini sosteneva che le ultime stagioni, sempre più calde e siccitose, hanno reso più difficile anche la lavorazione della terra. Un vigneto come il tendone permette di mantenere un livello di umidità graduale, stabile, in modo che la terra non diventi subito secca e non vada troppo presto in difficoltà.

(elisabetta) Sono problemi che qui non abbiamo.

(sandro) Allora ti chiedo nuovamente: la pergola come e quando viene introdotta? E’ uno strumento per fare quantità?

(elisabetta) Non te lo so dire, penso che tutto nasca attorno alla fine dell’Ottocento. Non c’era una viticoltura cosciente di qualità; semplicemente i mezzi limitati, la difficoltà di fare dei trattamenti, la non concimazione o quella con letame portavano a un’autoregolazione dei quantitativi. Era una viticoltura che si equilibrava da sola, che si è scontrata con la necessità del viticoltore di fare sempre più quantità. Sicuramente in quel periodo è nata anche la pergola.

Cloni e virosi

(sandro) C’è stata una coincidenza con la meccanizzazione?

(elisabetta) Con la meccanizzazione la pergola si è specializzata ulteriormente ed è peggiorata, perché hanno iniziato a piantarla più stretta rispetto a quando veniva tenuta più larga per coltivarci il fieno. La viticoltura si è “specializzata” a partire dalla metà dell’Ottocento, prima era molto meno estesa perché il Noce era libero e i vigneti stavano solo dove il fiume non arrivava. Ma questo è niente rispetto a quello che abbiamo perso in variabilità con l’introduzione dei cloni avvenuta tra gli anni sessanta e settanta: questo è stato il passaggio più grave.

(sandro) C’è mai stata consapevolezza di questo?

(elisabetta) Credo di no. Le vigne erano state appena create, erano vigne da selezione massale, alcune ancora con piede franco. Propagavano per propaggine e quindi nessuno aveva la percezione di quello che sarebbe successo con la diffusione dei cloni produttivi. E’ stato un disastro e ci sono voluti vent’anni prima che tutto o quasi tutto fosse reimpiantato.

(sandro) Non c’è nessuno che abbia un minimo di spirito critico? Qualcuno che ammetta che forse ha sbagliato?

(elisabetta) La cosa più grave è che un’istituzione pubblica come San Michele all’Adige non si sia preoccupata di salvare o di creare una banca genetica per custodire la variabilità del Teroldego o del Marzemino, della Nosiola e di tutte le varietà trentine. Non c’è nemmeno lontanamente la percezione di quanto sia importante fare questo lavoro che io ho fatto sul Teroldego.

(sandro) E Scienza ti è stato vicino in questo?

(elisabetta) Attilio si è inserito in questo lavoro preparatorio che avevo fatto io. Questi quindici biotipi, cloni, li ho voluti registrare, un iter che include anche i test delle virosi per i quali Milano mi ha dato un grande aiuto; inoltre, da loro ho avuto l’input di fare anche i semenzali. Insomma, io questa cosa l’ho fatta per me stessa ma anche per la collettività, perché vorrei che fosse messa a disposizione delle viticoltura trentina.

(sandro) Si diceva che la varietà era dovuta anche al fatto che esistevano delle viti virosate che facevano delle uve fantastiche.

(elisabetta) E’ vero, ma l’ufficialità non ti permette di registrarle.

(sandro) E allora?

(elisabetta) Allora è una stronzata!

(sandro) Tu che fai, registri quindici biotipi non virosati?

(elisabetta) Sì, ma attenzione, sono dei biotipi con un livello qualitativo alto, non sono grappoli grossi... Vorrei consegnare un’eredità ai miei figli e ai figli degli agricoltori del Campo Rotaliano, i quali poi decideranno se utilizzarla o meno.

(sandro) E’ un’assurdità che tu non possa registrare un biotipo virosato. (vedi intervista a Remigio Bordini su Porthos 29)

(elisabetta) Rimane una selezione massale.

(sandro) Tu delle viti virosate che fanno uva ce l’hai?

(elisabetta) Le ho tenute nei vecchi vigneti e in quelli da selazione massale, poi le virosi vanno e vengono, si reinseriscono. Questa è una cosa della natura.

(sandro) Spiegamela per favore.

(elisabetta) Nel tempo nessuno può dire di essere immune dalle virosi perché il virus è qualcosa che si muove: sono dei cicli. Noi puliamo, tiriamo via, poi però la natura ritorna. E’ evidente che l’iter è sbagliato, perché nel tempo ci saranno delle normali modifiche e anche questi biotipi che ho selezionato tra due-trecento anni si rimodificheranno! Io non mi preoccuperei più di tanto.

Ripensandoci

(sandro) La degustazione di ieri sera ci ha rivelato che, nonostante i tuoi vini abbiano cominciato a ricevere uve da viti giovani, mantengono comunque un livello qualitativo costante. Lavori su ventotto ettari, che sono tanti, ed è facile portare a casa delle uve non perfette. Come fai, hai tanta gente che lavora in vendemmia per la selezione delle uve?

(elisabetta) Passiamo l’estate in vigneto.

(sandro) Fai passare l’estate in vigneto. Tu la vorresti passare con loro?

(elisabetta) Sì.

(sandro) Però non lo fai.

(elisabetta) Lo faccio saltuariamente. Ci vado quando ho un attimo di tempo, mi piace vedere come il lavoro procede. Non si può dire che lavori in vigna seriamente, non me lo posso permettere in questo momento e mi dispiace moltissimo.

(sandro) Quante persone passano l’estate in vigna?

(elisabetta) Durante l’anno sono in tre, d’estate in sette o otto.

(sandro) L’ultima decisione tocca sempre a te?

(elisabetta) Non ho un dirigente, ho dei bravi collaboratori, però le decisioni le prendo io. Sono dei ragazzi molto in gamba che conoscono e hanno grande amore per quello che fanno. Ci ritroviamo e parliamo ogni settimana e loro hanno piena autonomia. Però sull’impostazione e le scelte, decido io. E poi c’è Carlo; era andato in pensione, ma ora è tornato. E’ stato l’uomo che ha portato avanti l’azienda quando mio padre è morto, una persona molto forte che ha delle idee sue in viticoltura sulle quali abbiamo anche avuto delle discussioni... è un uomo dalla grande intelligenza. Lui è quasi come un padre per me.

(sandro) In questi anni ti è capitato qualche volta di rimproverarti di essere stata lontana?

(elisabetta) Succede spesso. E’ per questo che è fondamentale la fiducia nelle persone che stanno con te.

(sandro) Va bene, ma indipendentemente da loro?

(elisabetta) Sì, mi rimprovero di aver seguito poco il vigneto in alcuni periodi, avrei potuto prevenire alcune cose che adesso mi tocca correggere. Ho accettato alcuni compromessi, e ora sto provando a ricreare un certo equilibrio a cui tengo molto.

(sandro) L’hai fatto per evitare di scontrarti tutti i giorni?

(elisabetta) Si, nel frattempo c’è un’azienda che gira. Per raggiungere l’alta qualità ci vuole la perfezione, come dicevamo questa mattina, nella biodinamica deve essere tutto preciso, altrimenti l’effetto diminuisce in modo verticale. Per fare un grande vino, per un qualsiasi lavoro, la somma delle diverse componenti deve superare il totale.

(sandro) Un grande vino anche nel piccolo vino?

(elisabetta) Ogni componente è fondamentale e questo è faticoso.

(sandro) E in cantina?

(elisabetta) In cantina, mi rimprovero una leggerezza sul legno.

(sandro) E’ una ferita aperta, ritorna. Te ne accorgi quando assaggi il Granato, vero?

(elisabetta) Una leggerezza che forse può essere l’origine di alcune critiche e osservazioni.

(sandro) Tutti coloro che amano o amavano il Granato ad un certo punto sono stati traditi dal legno. Pochi però ne sono consapevoli.

A drinking song

Wine comes in at the mouth

And love comes in at the eye;

That’s all we shall know for truth

Before we grow old and die.

I lift the glass to my mouth,

I look at you, and I sigh.

Brindisi

Il vino entra dalla bocca

e l’amore entra dagli occhi;

è tutta la verità che sapremo

prima d’invecchiare e di morire.

Sollevo il bicchiere alla bocca,

guardo te, e sospiro.

W. B. Yeats – L’opera poetica – Meridiani Mondadori,

traduzione di Ariodante Marianni

Il racconto della degustazione

Il Granato mi procura un moto combinato di attrazione (affetto) e diffidenza. Sin dalle sue prime prove alla fine degli anni ottanta, la sua indiscutibile energia, generata dalla sassosa matrice territoriale, ha consegnato un’autorevole concezione di vino moderno, denso ma anche scattante, sanguigno senza essere troppo rude. Se all’inizio era contraddistinto da una visceralità odorosa indomabile, accompagnata da tannini disordinati e godibili, il succedersi delle annate ha visto attenuarsi l’espressività “politicamente scorretta” a favore di profumi più limpidi e di uno smussato sviluppo gustativo. Il Granato ha così riscosso un maggiore successo di pubblico e di critica, ha dato al Teroldego visibilità e lo ha sdoganato dal ristretto consumo interno. Come si evince dall’intervista alla Foradori, la maturazione nelle botti piccole e nuove ha avuto una grande influenza nell’attenuare i tratti più duri e rendere meno ostico il profilo olfattivo. Anche la fittezza cromatica, ancora oggi un elemento inconfondibile del Granato, ha assunto una brillantezza quasi lucida. Tale trasformazione ha nel tempo ridotto il patrimonio emotivo del vino, lo ha reso più prevedibile e statico, smorzando la sensazione di sana materialità capace di evocare senza indugio la sostanza del frutto. Eppure, da sempre, il Granato è ottenuto da una bassa resa per pianta, la maturazione delle uve è condotta con accortezza evitando il punto più estremo, con il crollo delle sostanze qualificanti; la vinificazione è inoltre concepita per estrarre intensamente ma senza forzature, così da non trascinarsi materiale difficile da gestire durante la stagionatura nel rovere. Il vino, quindi, non è mai stato un modello di sterile muscolarità e di insulsa concentrazione, grazie anche alla fluidità del sapore, ben sorretta dalla freschezza: ciò però non è bastato, almeno finora, a rendere meno rigida la tattilità e meno fredda la qualità e la persistenza del gusto.

La degustazione verticale, di cui metterò in evidenza gli aspetti salienti, ha offerto anche alla produttrice l’occasione di meditare sulle sue scelte, da quelle pionieristiche ed empiriche degli inizi, da cui sono scaturiti vini di insondabile imprevedibilità, alle più recenti che l’hanno portata a un approccio completamente naturale nel vigneto e in cantina. In mezzo ci sono anni nei quali Elisabetta ha lavorato in maniera conservativa, forse per governare l’irruenza del suo amato vitigno, temendone la radicalità dei profumi e l’asprezza dei tannini. L’assaggio delle ultime tre annate mostra la netta inversione: il Teroldego, sin dal modello “base”, ha piena libertà di esprimersi; ciò non significa che abbia guadagnato in immediatezza, al contrario l’impatto è quasi ostico, ma la crescita nel bicchiere e la partecipazione del sapore possono diventare coinvolgenti.

Il Granato 1986 è maturo ma non stanco, emana calore e la sua ricchezza si distende senza slanci; nell’epilogo si avverte l’esaurirsi della spinta odorosa, destino inevitabile di un vino in cui la forza dei polifenoli ha nel tempo prevalso sul corredo dei profumi.

Il 1988 è omogeneo nel colore; il naso è chiuso, perentorio, determinato, tra i sentori di carne arrostita, sassi e bacche di ginepro c’è una punta di smalto che punge ma trascina con sé anche altre note come foglie e confettura di frutta nera; il sapore si esprime attraverso sottigliezze inimmaginabili dall’esame olfattivo, bene anche le sensazioni finali.

Le due bottiglie di 1989 avevano sugheri non perfetti, il 1990 e il 1991 non erano disponibili, il 1992 non è stato prodotto.

Il 1993 fa comprendere la ragione del nome Granato: i sentori di melograno maturo sono inebrianti, vivi, coinvolgenti, l’insieme odoroso è sostenuto da una spinta che unisce ricchezza e fluidità; in bocca è gentile, affascinante, possiede una delicatezza profonda, serena, è bevibile senza essere semplice.

Il 1994 non è stato fatto; il 1995 appare diviso tra la promessa odorosa di concentrazione e di mineralità e l’asciutta tannicità che determina un sapore statico e poco consistente.

Il 1996 ha ancora un colore rubino porpora; il naso è salmastro, possiede una invitante combinazione di sentori fruttati e di bacche, la dolcezza del legno non è spudorata; in bocca è energico, fresco, ma la sua dimensione non va oltre una corretta espressione stilistica, priva di emotività.

Il 1997 esprime una densità cupa che abbraccia gli esami visivo e olfattivo, difficile cogliere sentori diversi da quelli di frutta nera; in bocca è ben proporzionato, la sorbevolezza è notevole se si pensa al peso e alle dimensioni della struttura.

Il 1998 è tenero, lento e lievemente floreale; la dinamica ha ritmo, il finale invece è piuttosto semplice.

Il 1999 è considerato da molti il Granato migliore, come testimoniano i premi ricevuti; a noi piacciono di più il 1993, il 2004 e il 2005, ma su Porthos 8 è descritto il travaglio di questo Teroldego poco fortunato: le nostre impressioni alla sua uscita erano entusiastiche, ma quando approfondimmo gli assaggi capitarono numerose bottiglie disturbate dal sughero, evento che si è ripetuto durante la degustazione presso l’azienda; non si tratta di una contaminazione facilmente percettibile, è una cessione di tannini che compromette la spontaneità odorosa e la trasparenza dello sviluppo gustativo; rimangono intatti il vigore del sapore e la severità del profumo.

Il 2000 è stata un’annata calda e abbondante, inevitabile che il vino ne abbia risentito: è molto condizionato dal rovere, nonostante i bei profumi di erbe medicinali, mentre il sapore manca di ampiezza e tensione.

Il 2001 è il paradigma di ciò che la Foradori ha trasformato negli ultimi anni: è fittissimo sin dal colore, il naso è siliceo, crudo, profondo; il gusto del legno ostacola lo slancio gustativo e compromette la qualità delle sensazioni finali.

Il 2002 avrebbe la peculiarità della leggiadria, se non fosse manipolato dal rovere che ne ha raffreddato gli impulsi migliori.

Il 2003 ha un colore talmente denso da apparire immobile; la compattezza del profumo di frutta è resa meno stucchevole da una lieve speziatura; l’ingresso del sapore è ricco e fresco, manca però la seconda parte dello sviluppo che chiude in modo elementare.

Il 2004 è contraddistinto da un colore rubino viola di grande fascino, proprio perché non ha gli effetti lucidi di altri; naso ferroso, vibrante, l’insieme sta per chiudersi e affrontare un utile periodo di riposo e sbocciare con una complessità tangibile e non condizionata dal rovere, in modo che finalmente esca la scabra territorialità del Campo Rotaliano; in bocca è continuo, non si ferma alla forza dell’impatto e offre una lunghezza adeguata alle sue possibilità.

Il 2005 è stato sentito dalla botte e promette di essere meno violento del 2004, più pronto a dare una proporzione gusto-olfattiva e una quasi immediata godibilità.

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