Rassegna Stampa

1 Ottobre 2009

QT Questotrentino - Una grande donna per un grande vino

Intervista a Elisabetta Foradori, titolare dell’omonima azienda agricola di Mezzolombardo.
(di Chiara Santamaria)

I capelli neri sono striati di bianco e raccolti con noncuranza in una corta coda, la pelle è scura con qualche piccola ruga, tipica di chi sta spesso all’aperto. Ma quello che attira l’attenzione sono le mani: le dita lunghe e magre e le unghie corte portano i segni del lavoro “sporco”, con la terra e in cantina. Una donna autentica e concreta, anche quando parla di arte e spiritualità: questo è Elisabetta Foradori, una delle vignaiole più famose non solo del Trentino, ma d’Italia. La concretezza e l’essenzialità sono un tratto ben presente in lei e nell’ambiente che la circonda. Ci incontriamo nella sua bella casa di Mezzolombardo, dove sta tenendo d’occhio la fermentazione: l’intero processo – dalla vigna al bicchiere – è nelle sue mani.

Quale è il suo sogno di bambina?

Io sono cresciuta con il vino, con tutti gli odori, i sapori, i rumori del lavoro di campagna. Ricordo il buio delle notti in cantina e mio padre che mi diceva “non entrare in cantina che ghé la simmia” (l’anidride carbonica n.d.r.), immagini che rivivo ogni autunno. Non posso dire che il vino sia stata una passione immediata, ma certo è qualcosa a cui sono arrivata naturalmente anche se attraverso qualche crisi. I sogni sono arrivati dopo, insieme al rapporto meraviglioso con la terra e la natura.


Lei ha rilevato la direzione aziendale a metà degli anni Ottanta, anni bui per il vino, in cui l’idea che andava per la maggiore era quella della quantità a prezzo basso, invece lei ha pensato di puntare subito sulla tradizione, ripensandola.

Si usciva dagli anni Settanta, in cui si erano create piante che dovevano dare solo quantità a scapito della qualità perché questa era la tendenza del mercato. Pochi cloni che si erano diffusi rapidamente, col risultato che si stava perdendo la biodiversità. Per la sopravvivenza dell’azienda era necessario superare tutto questo e trasformare il Teroldego, questo vino rustico e locale, in qualcosa di comprensibile anche fuori dallo stretto areale di produzione. Ho così dovuto accantonare la tradizione, ormai scaduta a livello bassissimo, e guardare avanti. In questo processo, purtroppo, è andato perso anche ciò che di buono la tradizione aveva e che in seguito ho capito che bisognava rivalutare e recuperare. E’ stato un lungo e faticoso lavoro, ma a distanza di circa 25 anni mi trovo ad aver recuperato almeno in parte quella biodiversità perduta e con un vino che può essere bevuto anche fuori dal Trentino.

Negli anni ’90 c’è stato l’ingresso nel mondo del vino dei paesi del Sud America, della Nuova Zelanda, del Sud Africa e adesso in vino sta attraversando un’altra crisi dovuta alla congiuntura internazionale. In quale direzione pensa sia giusto guardare?

Credo che siano stati fatti degli errori gravi, anche a livello politico, sulla direzione data all’agricoltura trentina. Senza nulla togliere a quanto di buono, ed è molto, fatto dalla cooperazione, penso sia arrivato il momento di ripensare alla direzione in cui sono stati spinti i contadini. Chi conferisce tutte le uve in cantina o tutto il latte al caseificio, perde una parte importante del percorso che porta al prodotto finale, che pure nasce anche grazie al suo sforzo. Credo sia indispensabile ripartire dal territorio, valorizzare quanto esso può dare attraverso i prodotti della terra. Noi abbiamo la fortuna di vivere in una zona ricca di specificità e chi viene qui è proprio questa che cerca. Bisogna far ritrovare ai contadini la propria identità e far sì che tornino a produrre il loro formaggio, il loro vino particolare e unico e poi magari aiutarli a commercializzarlo e a valorizzarlo. In questo modo si riuscirebbe anche a fare ritrovare loro un corretto rapporto con la natura, che l’uso massiccio della chimica ha stravolto. Lo stesso è successo a me: da quando ho iniziato a seguire il metodo biodinamico sto in qualche modo rinascendo, avvicinandomi di più alla terra, ai suoi cicli naturali e ritrovando l’essenza delle cose e del vino.

Biologico, biodinamico. Chi non si occupa d’agricoltura fatica a capire la differenza; ce la può spiegare in due parole?

Il biodinamico parte dal principio che la fertilità della terra è persa quasi del tutto, almeno da quando l’agricoltura ha iniziato ad usare i concimi chimici, già nel 1924 alcuni agricoltori si rivolsero a Steiner (Rudolf Steiner, il fondatore della biodinamica n.d.r.) perché la qualità dei loro prodotti si era abbassata in modo preoccupante e possiamo immaginare quale sia la situazione finale. Per questo si interviene con prodotti e tecniche assolutamente naturali per stimolare piante e suolo a ritrovare un equilibrio e una fertilità perduta. Il biologico non usa la chimica, ma non fa nulla per aiutare la capacità rigenerativa delle piante e della terra. Altro aspetto fondamentale della biodinamica è l’approccio olistico e la posizione dell’uomo che non è qualcosa a sé stante, ma è parte della natura stessa. Uno scarto non facile da comprendere e da fare proprio.

La politica europea in campo agricolo: aiuti, quote, incentivi, quantità enormi di produzione che vengono mandati al macero. Che cosa dovrebbe cambiare?

Non sono un’esperta di politiche agricole ma quello che vedo è che le politiche adottate risentono dell’influenza dell’agricoltura industriale e che molti provvedimenti sostengono i grandi produttori. Una cosa grave che sta succedendo adesso è che con i paesi dell’est che sono appena entrati in Europa si stanno facendo gli stessi errori che si sono fatti qui: si spingono i contadini ad abbandonare produzioni tipiche locali e ad andare verso una produzione massificata e standardizzata e questo è gravissimo. Inoltre, alla lunga, non è sostenibile.

L’alcolismo è una piaga che nuoce anche a chi, come lei, impegna tutte le proprie forze per fare un prodotto serio, di eccellenza. Come contrastarlo?

Io credo che il vino fa parte della cultura della gente e del territorio, si tratta soltanto di ritrovare le radici contadine che la società ha perduto. Da circa sei o sette anni io faccio una giornata di vendemmia per i bambini, in collaborazione con la scuola che frequenta mio figlio più piccolo e l’associazione Oasi Maredana di Bolzano. Ospito un centinaio di bambini che vendemmiano, schiacciano i grappoli con i piedi, fanno dei disegni che diventano etichette per le bottiglie e dei prodotti artistici che custodisco in cantina. Per molti di loro è la prima volta che visitano una azienda agricola e che raccolgono un frutto con le proprie mani.

C’è modo di fare il vino maschile e uno femminile?

La donna, anche in quanto madre, è più sensibile e sa usare meglio l’istinto e forse questo è il messaggio, ma non credo che ci sia un vino al maschile e uno al femminile. L’interpretazione del vino, il modo di farlo, è legato alla sensibilità di ognuno.

 

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