Rassegna Stampa

1 Ottobre 2006

Spirito di Vino n.16 - Al Teroldego bisogna dare del lei

Spirito di Vino
La Rivista per meditare centellinando
Anno 3 N. 16 ottobre/novembre 2006

Elisabetta Fortori è l’artefice della rinascita di un vitigno che vanta centinaia di anni di storia e di una zona di produzione limitata, 400 preziosi ettari nella pianura del Campo Rotaliano

Al Teroldego bisogna dare del lei
(di Guido Ricciarelli)

Non penso di sbagliare affermando che a Elisabetta Foradori, vangaiola di grandi qualità, va il merito di aver prima intuito e poi dimostrato il vero potenziale del Teroldego. Basi teoriche apprese presso l’Istituto agrario provinciale di San Michele all’Adige, quindi l’arrivo alle redine dell’azienda di famiglia per la prematura scomparsa del padre Roberto, Elisabetta è subito davanti a un bivio. Da una parte, la cultivar storica di questa area, offesa da impianti a pergola con rese industriali; dall’altra, la sirena quasi irresistibile delle varietà bordolesi, che stanno iniziando a invadere le nostre campagne. L’appoggio incondizionato di mamma Gabriella la incoraggia nelle prime ricerche sul teroldego che datano 1985. vent’anni serviti a focalizzare i ceppi migliori, a favorirne la riproduzione e a testarne i comportamenti in vigna e in cantina. Quanta strada percorsa in così poco tempo su quest’uva dalle origini natiche, menzionata già nel 1383 e intensamente coltivata in Trentino, dal Campo Rotaliano a Mezzolombardo, fino a Rovereto. Momenti di obliosi alternano ad altri più favorevoli alla diffusione del vitigno, anche per la sua resistenza alle patologie affacciatesi nel tardo 800 e nei primi del 900 come la peronospora e la fillossera.

Oggi la zona di produzione, invero limitata attorno ai 400 atteri, ha in Elisabetta la portabandiera indiscussa. Attorno a lei la compagine dei produttori sta ritrovando compattezza, atteggiamento certamente determinato dai risultasti raggiunti in questi anni dal Granato, il vino simbolo di casa Foradori. Un’altra corrente di pensiero ritiene che la crescita qualitativa riscontrabile sulla riva destra dell’Adige sia dovuta anche all’incalzante e limitrofa concorrenza del Lagrein atesino, con cui il teroldego e deve ultimamente misurarsi. Comunque sia, Elisabetta ha avuto il coraggio di osare, di andare oltre una concezione meramente qualitativa per ripensare il vitigno e rimetterlo in discussione.

Ritornavo con la mente al mio primo e folgorante impatto con il Granato, annata 1991, nel corso della due giorni organizzata a Prato lo scorso inverno dalla Heres, che distribuisce i vini Foradori da un decennio. Una due giorni, sia detto per inciso, caratterizzata da una serie di laboratori collaterali al banco di assaggio principale di grandissimo interesse per approfondire la conoscenza dei produttori, tutti personalmente presenti. Compresa Elisabetta, che ha dato dimostrazione di estrema sensibilità e competenza in un seminario tutto al femminile suggellato da un bicchiere della versione 2003. buonissimo anche quest’ultima, di un’eleganza che supera la siccità del millesimo e lascia a debita distanza le altre coeve espressioni, incapaci di elevarsi altre una calda grassezza.

Qui trovi sì la generosità del frutto, una ciliegia pienamente matura, ma è l’intreccio con la fine speziatura di cardamomo e chiodo di garofano a dare sfumature e chiaroscuri. La trama tannica perfettamente tracciata, un uso impeccabile dei legni di affinamento e il lunghissimo finale ne fanno la più riuscita di sempre, ma se avete la possibilità, non fatevi sfuggire qualche vecchia annata, ancora reperibile nelle cantine dei ristoranti nazionali più importanti. Penso alla 1996, di slancio ancora commovente, e alla 1999, che segna una raggiunta consapevolezza sotto l’aspetto della profondità di espressione e apre la strada ai vini del nuovo millennio. Cominciano, infatti, a incidere i nuovi impianti frutto delle ricerche iniziali. Il turnover delle vigne oggi supera l’80%, mentre la prima vendemmia, del 1986, era già al 600%. Il notevole 2000, lo splendido 2001, e finanche il 2002, così critico per molte etichette-culto, restituiscono nel bicchiere l’intensità e il carattere minerale che costituiscono ormai l’impronta di questo grande vino italiano. Il rischio concreto è quello di sottrarre spazio alle altre etichette aziendali cui Elisabetta, senza la grancassa dei comunicati stampa, ma con il concreto operare quotidiano, sta dedicando molta attenzione in modo da favorirne un sempre maggiore avvicinamento qualitativo al vino di punta.

Al Foradori, il Teroldego “base” prodotto in circa 140mila pezzi, si chiede di replicare, in un registro certamente più approcciabile per il palato medio ma ugualmente curato nella fattura, le caratteristiche dolci-fresche del top di gamma. Ottenuto dall’assemblaggio di uve provenienti da diversi appezzamenti (Campazzi, Settepergole e altri siti del comune di Mezzolombardo), può contare su un’adeguata selezione della materia prima che scongiura ogni rischio di banalizzazione gustativa. Eliminate dalla scaffale prodotti le altre referenze rossiste, in pratica due microvinificazioni (Ailinpa e Karanar) che hanno comunque consentito, pur lavorando su uve come Syrah, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, di sperimentare certe risposte sul campo e in cantina (alla vecchia struttura di vinificazione ne è stata affiancata una più al passo con i tempi) ricavando utili indicazioni. Da non dimenticare, infine, il Myrto, in cui sono riunite le uve bianche tradizionalmente presenti in azienda, vale a dire Sauvignon, Incrocio Manzoni e Pinot Bianco. Elegante, come sanno esserlo i vini di Elisabetta Foradori

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