Rassegna Stampa

1 Marzo 2012

The Taster of Wine and Food - LM - n. 73 - 03 2012

Vite e vino Il punto di vista femminile e maschile sul territorio e sul vino

C’è un modo di guardare alle cose che forse prescinde dall’essere uomo o donna.

E’ un modo di sentire in cui le sensazioni non hanno colore, ma la sola misura dell’intensità: quello che segue è un incontro di due intensità, di uno stile di vita biodinamico prima, di scelte di conduzione aziendale in seconda istanza. Il fine è sempre il medesimo: vivere alla ricerca della felicità.

 

Esseri Biodinamici: intervista a Claudio Icardi e ad Elisabetta Foradori

di Claudia Caporale

Quando incontri gli occhi azzurri di Claudio Icardi per la prima volta, diresti che sono occhi che vengono dal mare perché del mare hanno la limpidezza. Conoscendolo, con il tempo impari che quella luce, al di là del colore, è il tipico riflesso di chi crede nei valori veri e quasi dimenticati di un modo di condurre la vita che appartiene invece alla terra e ad un passato contadino. Claudio è figlio del Piemonte, la terra dove più che in ogni altra, le stagioni sono dipinte dalle sfumature incantevoli e distintive di una natura ricca e mutevole. Quattro gli ettari vitati e votati alla produzione biodinamica con Cascina San Lazzaro, 75 quelli vitati con il marchio Icardi, condotti in sinergia con la sorella Mariagrazia, Responsabile Commerciale e gran motore di un’Azienda che produce in totale oltre 400.000 bottiglie. A lui piace definirsi un talebano, una persona che odia gli schemi. A me piace definirlo un padre.

Elisabetta ha una bellezza antica, quasi universale. La sua deve essere un’anima complessa, ricca di una leggerezza che la risata ben descrive, ma anche di una profondità che alcune esperienze di vita devono averle donato. E’ una forza vera in un mondo come quello del vino in cui ora le donne hanno spazio, ma alle quali per tradizione, non ne è stato concesso molto. Il suo però, è uno sguardo caparbio e fiero di chi con pazienza ha sperimentato i propri e altrui limiti, sempre con l’onestà di produrre vini che prima di tutto  arlassero a lei e solo dopo agli altri. Teroldego in percentuale maggiore, Manzoni bianco e Nosiola sono i vitigni che le permettono di produrre circa 160.000 bottiglie annue su ventisei ettari di vigneti ai piedi delle Dolomiti, le “sue” montagne, le stesse che le hanno insegnato l’arte di osservare e saper attendere.

Quando  nasce la tua passione per la biodinamica?

Claudio> Mi sono avvicinato ad un modo diverso di fare agricoltura nel 1998 come esigenza prima di tutto personale. Negli anni precedenti, avevo maturato, oltre ad un notevole bagaglio esperienziale di lunga tradizione familiare nel settore, anche un discreto numero di successi in campo enologico che mi avevano portato a lavorare affannosamente per mantenerli. C’è stato un momento in cui ho avvertito netta  ’esigenza di fermarmi e di recuperare il mio tempo, di riappropriarmi degli affetti e di tornare a guardare le cose e quella natura fonte dei miei successi con occhi nuovi.

Elisabetta > Provengo da una famiglia di antichi ristoratori: mia nonna lo era. Il contatto con la terra è stato naturale fin da piccola, quando la terra era per me un affascinante strumento di gioco. I successivi studi da enologo mi hanno un po’ allontanata dalla terra, in un momento in cui la mia esigenza prima è divenuta sperimentare in cantina e creare vini che fossero moderni. A questo aspetto tecnico, va aggiunto che da giovane sono sempre stata molto istintiva. Nel frattempo, attorno a me, avevo persone care, tra cui mio marito ed un introdotto amico e maestro viticoltore alsaziano, che si confrontavano sulla biodinamica e sulle influenze goethiane. Devo averle assorbite da loro e rielaborate, quando a 40 anni ho sentito forte l’esigenza di tornare alle origini: mi sono trovata davanti ai miei vini ed ho scoperto semplicemente che non mi piacevano più. Già dal 2000 ho cominciato a lavorare in vigna con i preparati e nel 2002 è iniziata la conversione..

Vignaiolo, enologo, interprete, agricoltore, produttore: quale categoria ti definisce?

C > Non c’è tra queste, la definizione che sento appartenermi. Con il rispetto per chi si sente rappresentato dall’una o l’altra categoria, credo che in un modo o nell’altro siano tutte limitate. Il vignaiolo è ad esempio colui che coltiva solo la vigna e il mio lavoro nei campi, nell’orto e con gli animali è molto più ampio. Mi piace definirmi un “contadino che ha studiato”.

E > Mi definirei una custode della terra o anche un contadino  che ha ritrovato la chiave per ascoltare la natura, che ha recuperato il modo per accoglierne i segnali e riappropriarsi dei suoi atti creativi.

Esiste una grande confusione tra tutto ciò che si fregia del prefisso “bio”. Prova a spiegarci se c’è, qual è la differenza tra biologico, biodinamico e naturale.

C > Un tempo parlare di naturale senza riferirsi all’agricoltura era impensabile: oggi l’agricoltura così intesa è un concetto andato perduto. Con la conversione dell’industria bellica ed il conseguente uso smodato di fertilizzanti chimici in agricoltura, si è generata una tendenza innaturale alla sovrapproduzione, che se nell’immediato ha generato profitti, ha impoverito i terreni, creando nel tempo piante sempre più fragili ed in qualche modo malate che producevano e producono frutti privi di sapore e profumi. La crescita dei prodotti della Terra è stata affidata alla chimica, la cura delle malattie derivanti dal consumo degli alimenti così prodotti, affidata ancora alla chimica: si è chiuso un pericoloso circolo di medicine con il profitto. Rispetto alla cura della malattia ad esempio, il biologico ed il biodinamico prediligono l’uso di sostanze “naturali”, omeopatiche, ma la medicina antroposofica (l’antroposofia è la corrente nata dagli insegnamenti di Rudolf Steiner, padre della biodinamica, ndr) fa un passo in più, perché del malessere ne ricerca la causa. Ciò non vuol dire un totale rifiuto per la chirurgia e la scienza laddove siano necessarie.

E > Tra agricoltura biologica ed agricoltura biodinamica c’è netta differenza: la prima non usa chimica, ma si ferma alla  materia, gestisce la terra utilizzando processi di intervento con letame e concimi. La biodinamica accoglie la natura nella sua interezza, lavora con l’interazione della terra con il sistema solare. La biodinamica mira alla fertilità e a riportare la vitalità nei terreni, si mette in ascolto nella comprensione anche della componente immateriale della natura. L’uomo biodinamico è molto più vicino ad una visione diversa, una visione che lo aiuta ad essere più ricettivo, a vedere il tutto e non le parti.

Biodinamica dunque perché...

C > Perché produciamo vino che spesso viene preso troppo sul serio. Fare vino è il nostro mestiere, ma questo non vuol dire perdere la capacità di riderci sopra. In fondo, il fine del mio lavoro è portare l’allegria: vorrei che chi beve un bicchiere del mio vino, comprenda la fatica che c’è dietro e ne abbia in qualche modo rispetto, ma senza avere la necessità di disporre di un traduttore simultaneo per interpretarlo.

E > La biodinamica dovrebbe essere una necessità urgente e vera: le sorti dell’agricoltura sono legate troppo intimamente all’industria chimica. Se l’industria chimica fallisse, la terra sarebbe morta, perché senza antiparassitari non ci sarebbe la possibilità di produrre più nulla. Questa forma di dipendenza dalla chimica, ha reso il contadino in qualche modo schiavo: in pochi ricordano che esiste la possibilità di fare agricoltura in modo autonomo, la possibilità di essere indipendenti e che questa indipendenza ha costi economici molto più bassi, ma implica uno sforzo di conoscenza al quale nessuno sembra interessato.

Di certo però non possiamo negare però una forte tendenza di mercato che rende appetibile il bio...

C > Quando ho cominciato ad interessarmi di antroposofia, non c’era mercato o almeno non era così ampio come ora. Chiaramente che il mio vino si venda e sia apprezzato è importante perché dà da vivere a me e alla mia famiglia.

E > Non ho mai riflettuto in questi termini: a fine anni ’90 il fatturato della mia Azienda era ampiamente in attivo, per cui penso di poter affermare che la conversione non sia maturata da esigenze economiche. Quello a cui aspiro creando i miei vini è che comunichino purezza e verità: un vino creato per il mercato è un vino tecnico, che comunica mercato.

A proposito di tendenza di mercato, la diatriba continua sulla necessità di disporre di un disciplinare che regoli la biodinamica e tuteli magari il consumatore. Dall’altro lato, esistono la certificazione e gli standard Demeter ®.

C > Io ritengo che la biodinamica sia un modo per sentirsi liberi ed allo stesso tempo autoregolarsi. La biodinamica è osservazione e pace: non credo ci sia pertanto la necessità di alcun disciplinare o certificazione.

E > Credo nella necessità di una certificazione, ma una certificazione che sia valida e che sia una tutela vera per il consumatore. Rispetto molto gli standard Demeter® e condivido la loro politica che sembra essere conservativa: nel 2009 dovevano certificarsi le sole uve, ora è stata inserita anche la trasformazione. Applicare o no un bollino o un marchio che testimonino la certificazione, è una questione puramente formale e per il produttore diventa piuttosto una questione morale. Come ripeto, rispetto Demeter®: conta una ottantina di Aziende iscritte, tutte volte a salvare la terra e la sua fertilità, ma è anche un’associazione di uomini che spesso sono lenti rispetto alle possibilità di cambiamento e che dovrebbero essere più votati alla ricerca. A tal proposito, con un gruppo di amici, (I Dolomitici, ndr) abbiamo lavorato per rivedere il disciplinare in modo restrittivo e ci auguriamo che questa revisione venga presto approvata. Solo in questo caso, avrà senso per me utilizzare il marchio sulle bottiglie.

Leonello Anello, agronomo ed enologo biodinamico, sostiene che gli impedimenti relativi alla realizzazione di un disciplinare non debbano ridursi solamente alla quantità di solforosa ammissibile nella produzione di vino biodinamico (considerando che ci sono cibi usualmente consumati che ne contengono un quantitativo enorme). Quale il tuo punto di vista?

C > Credo che sia valida la mia precedente osservazione…

E > Di biodinamica si finisce per discutere troppo: ogni Paese spinge affinché i disciplinari siano più ampi e favorevoli possibile al suo di produrre. I tedeschi ad esempio, vorrebbero che il disciplinare fosse meno restrittivo. L’unica verità è che la biodinamica è una scelta che implica impegno, il cambiamento di se stessi, una  presenza continua in vigna e in cantina perché la natura non lavora da sola.

Steiner era un visionario, un futurista o un agricoltore?

C > Steiner era un illuminato, un profondo studioso di Goethe da cui ha appreso il metodo di osservazione delle cose ed in particolare della natura sotto vari punti di vista. Dagli insegnamenti di Steiner ha avuto poi origine l’agricoltura antroposofica, alla quale sono legato.

E > Il successo della diffusione del pensiero di Steiner sta purtroppo tutto nella perdita della fertilità dei terreni.

Rame, zolfo, ossigeno: trova l’elemento errato e spiegaci perché

C > L’ossigeno per la pianta è fondamentale, a differenza del rame che non è un elemento amico della pianta, perché non gli fornisce il supporto necessario. Essendo di origine acquosa, eterica, deve essere compensato dal calcio altrimenti rischia di essere tossico per la pianta. In alcune fasi come ad esempio quella di conversione da una produzione che definiamo convenzionale ad una biodinamica, può essere utilizzato, ma in maniera limitata. Il suo uso in ogni caso è legato molto al buon senso.

E > Direi l’ossigeno se intendiamo la quantità somministrata per la microssigenazione: è una tecnica che considero sbagliata, una forzatura in botte, dalla quale mi distacco in modo assoluto. Discorso diverso vale per lo zolfo che è un elemento di sole, di luce e se dato con moderazione, anche secondo le indicazioni di Steiner, è un elemento estremamente positivo. Riguardo invece al rame, dire che faccia bene equivarrebbe a mentire: va posta l’attenzione al formulato di rame,  alla tipologia che si utilizza. Noi lo usiamo anche con le tisane, cercando di ridurne la quantità e arrivando ad adoperarne puro meno di due chili per ettaro l’anno. Va considerato che Demeter ad esempio, indica come ammissibile quantità da somministrare annualmente tre chili di rame per ettaro.

A proposito di interventi, quali sono quelli che adotti in vigna?

C > Utilizzo il preparato 500 che migliora e conserva la vitalità del terreno ed il preparato 501 che invece migliora la resistenza della pianta. Uso poi l’achillea, il tarassaco, la camomilla, la valeriana e la quercia in un’unica soluzione. Per quanto riguarda il letame biologico, nella mia zona di produzione è di difficile reperimento, ma cerco di compensare in altro modo. Seguo inoltre il calendario biodinamico per gli impulsi cosmici che mi aiuta rispetto ai ritmi della natura: in natura è il tempo a governare e non è detto che la soluzione di 2+2, sia necessariamente 4. Spesso il risultato è 5.

E > Utilizzo argilla e tisane nel rame perché fungono da integratori per la pianta e ne favoriscono le funzioni vitali. Quercia e silicio sono importanti, ma il punto sul quale riflettere - prerogativa fondamentale all’utilizzo di qualsiasi soluzione o metodo - è che la pianta debba essere ricettiva, sana. Se ad un corpo sano somministriamo camomilla, con elevata probabilità i principi della camomilla avranno il loro effetto, ma se contestualmente alla camomilla allo stesso corpo si somministrano antibiotici, è probabile che la tisana funga invece da catalizzatore della funzione di quel corpo. La biodinamica però non deve arrestarsi in vigna: la trasformazione in cantina deve essere altrettanto biodinamica. L’intero processo biodinamico richiede tempo affinchè sia completo: solo ora sento pulsare di energie buone i miei vini, perché ora sono riuscita a trasportare il buono anche nel bicchiere. Voglio dire che in vigna puoi seguire l’evoluzione, in cantina l’evoluzione non è così evidente o per lo meno non si rivela subito. Ogni in  programmazione può essere annullata ed il completamento  del processo biodinamico richiede un’altissima precisione  per accompagnare processi di vita tanto forti.

Esiste un luogo che consideri biodinamico?

C > Metaforicamente, se c’é la serenità, la testa ed il cuore sono luoghi biodinamici per eccellenza. Fuor di metafora, la Francia è il luogo che considero biodinamico perché là ho vissuto qualche tempo, conosco bene la lingua ed ho ricevuto i primi veri stimoli in senso biodinamico, dal momento che i francesi sono stati da sempre più sensibili all’argomento.

E > Il “mio” luogo biodinamico è il bosco, perché è l’esempio di vita che si autogenera, un microcosmo senza null’altro se non il pulsare della vita.

Qual è il vitigno a cui sei più legato e che ti rappresenta di più?

C > Mi sento molto legato al pinot nero, che è un vitigno complesso, volubile, ma non maschile. Da piemontese, direi anche il nebbiolo, senza negare il mio amore nei confronti del moscato.

E > Il Teroldego perchè è quello che conosco meglio. Anche il Nosiola, che ho cominciato a vinificare in anfora, è un vitigno a cui sono legata: ma ho deciso di coltivarlo solo dopo aver rilevato i terreni adatti, che sono terreni più collinari. Produrre Nosiola in anfora è il frutto della mia scelta “di pancia”.

Il tuo cliente ideale è…

C > Una persona che si sintonizza, che capisce che cosa c’è dietro il mio bicchiere, una persona si fa domande, che riesce ad andare oltre. Un curioso.

E > Colui che viene a trovarmi, perché l’ideale sarebbe che le bottiglie fossero bevute nel luogo in cui vengono prodotte. Il mio cliente ideale si lega ai ritmi di questa terra, si interroga perché vuole capire e deve essere anche critico e saper guardare con i propri occhi. E’ una persona che sa bere con pazienza e che soprattutto nelle fasi di cambiamento, sa aspettare.

Entriamo nel bicchiere: quali elementi secondo te definiscono un vino.

C > Un vino si definisce attraverso l’emozione che riesce a restituirti. Quando riesce ad essere sintesi espressiva della mia creatività.

E > Un vino si definisce attraverso l’energia che riesce a sprigionare, perché la possiede al suo interno. Un vino è tale quando induce il desiderio di continuare a berlo e la curiosità di capire cosa succede nella mente di chi lo beve, la curiosità di capire come trasformi e veicoli verso l’esterno le positività. Un vino è quello che crea sinergia con il cibo, che riesce quasi ad entrare in esso e a spaziare al di sopra di tutto. Un vino sano è un vino diretto, vero, energico e ciò va al di là della scelta o meno di produrlo in biodinamica: la biodinamica dopo tutto, non serve mica ovunque!

Cosa trovi in un bicchiere di vino, allora?

C > Ti dico cosa vorrei trovare ed è ancora una volta l’emozione, l’espressione del lavoro che sostiene me e la mia famiglia.

E > Vorrei che pulsasse di benessere, che comunicasse salute e pensieri positivi, ma è un discorso che potrei estendere a qualunque prodotto della terra, sia esso vino o patata. Per me è fondamentale che un vino abbia il sapore della terra su cui crescono i suoi frutti. Questo è possibile solo se la base genetica non è debole, se quel vino riesce ad essere lo specchio del suo territorio.

Quando un vino è femminile?

C > Un vino è femminile quando ti porta la pelle d’oca, quando ti reca un’emozione forte che serve a completarti.

E > Per me non c’è differenza di genere in un bicchiere: il medesimo essere umano del resto, può essere la sintesi di una parte femminile e di una maschile. Quello che è fondamentale è che ci sia l’armonica coesistenza delle due parti, ma non posso negare che sento che ci sia bisogno di una quantità maggiore di energia femminile nel mondo. Mi piace che molte donne si siano avvicinate al vino e mi piace constatare che siano davvero brave: quando ho cominciato di donne sul trattore e capaci non se ne vedevano molte come ora…

E quando invece è maschile?

C > Un vino è maschile quando ti rimanda protezione e coccole paterne: come accade per alcuni vini rustici che sono in qualche modo amorevoli e carezzevoli, vini che come padri, sembrano dire agli altri vini: “so che sei avanti, ma io riesco comunque a starti dietro”.

 

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