Rassegna Stampa

17 Gennaio 2009

V&S - VINI L’energia della terra (di Stefano Tesi)

…..e l’energia di una donna trentina, Elisabetta Foradori, che fortemente ha creduto nelle proprie radici e nelle qualità di uno storico vitigno: il Teroldego.

A Elisabetta Foradori piace fare un passo alla volta. Lei mette in testa ai suoi desideri il più semplice e naturale: quello di camminare. Anzi, come dice lei, di pensare camminando: nell’orto, in campagna, lungo i sentieri di montagna e per le vie dei pellegrini. “L’antica Francigena, ad esempio, oppure verso est, alla scoperta di popoli lontani. Questo è secondo me l’unico modo per osservare, riflettere, metabolizzare i luoghi che si visitano” spiega. Conoscendola, non c’è da stupirsi. La determinazione di procedere dritto per la sua strada non le è mancata, fino da quando, giovane e idealista produttrice di Teroldego Rotaliano, dapprima prese le distanze da chi inseguiva le chimere dei grandi volumi e delle grandi rese di uva per ettaro, poi decise di marchiare il proprio vino migliore non con la Doc, ritenuta qualitativamente non all’altezza, bensì con un Igt (“Vigneti delle Dolomiti”).Infine di abbandonare i metodi di coltivazione tradizionali per passare con decisione all’agricoltura biodinamica: “Per me la vite è un individuo” sentenzia, “non un oggetto da sfruttare”. E che la sua non sia una posa lo dimostra uno stile di vita riservato, lontano dalle luci della ribalta istituzionali: “Me ne manca il tempo” si schermisce, fingendo di crederci. Elisabetta Foradori è pure una bella donna, sebbene non ammetterà mai di esserne consapevole, che riesce a restare tale anche nell’uniforme quotidiana (“Jeans e scarponcini”) di viticoltrice e di mamma di quattro figli (Emilio, Theo, Myrtha e Johannes, di appena cinque anni). Bella ma impegnata: famiglia a parte, è lei che segue l’azienda, forte di 23 ettari di vigneti e 160.000 bottiglie circa prodotte ogni anno. E come tutti, vagheggia il giorno in cui potrà dedicare più tempo a se stessa. Per camminare, ovviamente, leggere più libri, (“oggi mi limito a rileggere i classici russi e tedeschi”), suonare il pianoforte, ascoltare Bach, e Scarlatti. Il Campo Rotaliano, la vasta pianura a Nord di Trento e ai piedi delle Dolomiti di Brenta, in cui si coltiva il Teroldego, vitigno autoctono caro agli Asburgo, e si produce l’omonimo rosso Doc, su un’area di appena 450 ettarei vitati, sta da sempre al confine tra l’area germanica e quella italiana. Un limen culturale più che geografico, all’influenza del quale nessuno può sottrarsi: “Non solo perché” scherza “ho avuto prima un marito tedesco e ora ho un compagno altoatesino, ma anche perché per me, che sono italiana, il retaggio austroungarico è fortissimo”. Il Teroldego è del resto un vino che profuma di Austria Felix, tra i più amati alla corte di Vienna. E fu proprio per assecondare la grande richiesta proveniente dall’impero se, già ai primi dell’800, furono create qui, praticamente dal nulla, vigne e cantine monumentali. “Mezzolombardo” scriveva nel 1905 l’irredentista Cesare Battisti nella sua guida dei luoghi trentini “possiede uno dei vigneti più belli d’Europa”. Uno di questi appartiene appunto ai Foradori “dal 1928″ precisa Elisabetta, “quando mio nonno Vittorio lo acquistò dopo l’annessione al Regno d’Italia”. L’azienda fu retta poi dal padre Roberto, fino al 1976 e, dopo la sua scomparsa, dalla madre Gabriella (“il generale”, come la chiama scherzosamente lei), che nel 1985 la affidò alla figlia, all’epoca diciannovenne e fresca di studi di enologia alla scuola di San Michele all’Adige. Tempi anche difficili, racconta Elisabetta: “il mio non è stato un percorso semplice. All’inizio, con l’entusiasmo, mi ero illusa che tutti i produttori del Teroldego, potessero crescere insieme, nel nome della qualità, ma ho dovuto presto ricredermi. Trovarsi quasi da soli è stata una conseguenza logica. Ma io ho tenuto duro, agendo più d’istinto che di testa. E nel frattempo ho viaggiato molto, soprattutto in Francia, per guardare, imparare, farmi venire buone idee”. Come quella dell’agricoltura biodinamica: “Il mio grande progetto è il ritorno a una coltivazione naturale, che rispetti l’energia della terra”.

(di Stefano Tesi Foto di Stefano Scatà)

V&S n. 3 – marzo 2009

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